Subisce una brusca frenata strategica la trattativa lampo che avrebbe dovuto porre fine alle ostilità geopolitiche tra Stati Uniti, Israele e Iran. Nonostante le indiscrezioni di Fox News descrivano un accordo quadro “completo al 95%”, i nodi legati alla sicurezza dello Stretto di Hormuz – che al momento rimane chiuso – e alla gestione delle scorte nucleari continuano a dividere le diplomazie.
A dettare il cambio di passo è stato il presidente statunitense Donald Trump, che ha smorzato i facili entusiasmi: «Non c’è fretta, il tempo è dalla nostra parte», ha dichiarato, istruendo il proprio team negoziale a non siglare un patto sotto la pressione dell’urgenza. Sulla stessa linea il Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale ha chiarito che un’intesa di tale portata tecnica «non si chiude in 72 ore», pur confermando che sul tavolo c’è una proposta “molto solida”.
Lo stallo diplomatico e le condizioni delle parti
Secondo quanto riportato dal The Telegraph, il testo finale attende ancora il definitivo via libera di Trump e della Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei (che secondo l’intelligence USA si troverebbe attualmente in un luogo sicuro). Se la firma dovesse slittare ulteriormente, i mediatori – guidati dal Pakistan – stanno già ipotizzando un nuovo round di negoziati a Islamabad per il prossimo 5 giugno.
Le posizioni restano distanti su punti cruciali:
- Le minacce di Teheran: Il governo iraniano avverte che se Washington continuerà a fare ostruzionismo sullo sblocco dei beni finanziari iraniani congelati all’estero, l’intero impianto rischia di saltare. Il presidente Masoud Pezeshkian ha comunque ribadito la volontà di rassicurare il mondo sul fatto che il Paese non intenda dotarsi di armi atomiche, pur specificando che non saranno accettati compromessi sulla dignità nazionale.
- Il pressing di Israele: Il premier Benjamin Netanyahu mantiene una posizione di massima vigilanza. Allineato con la linea dura di Trump, Netanyahu ha ribadito che qualsiasi intesa valida dovrà necessariamente «eliminare del tutto la minaccia nucleare iraniana», riservando a Tel Aviv il pieno diritto all’autodifesa.
La speranza di una risoluzione diplomatica ha comunque scosso l’economia globale: i mercati finanziari scommettono sulla tenuta del dialogo, con la borsa di Tokyo (Nikkei) che ha sfondato per la prima volta la quota storica di 65.000 punti, mentre il prezzo del petrolio è crollato di oltre il 5%.
Tensione in Libia: fermati attivisti italiani del “Land Convoy”
In coda alla crisi mediorientale si innesta un delicato caso diplomatico che tocca da vicino l’Italia. La portavoce di Flotilla ha denunciato il fermo di un gruppo di attivisti del braccio terrestre della missione (il Land Convoy che trasporta aiuti per Gaza) alle porte di Sirte, in Libia.
Tra le persone bloccate figurano due cittadini italiani, presumibilmente arrestati dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar mentre stavano negoziando il passaggio a un checkpoint. La Farnesina si è già attivata per verificare lo stato di detenzione dei connazionali e garantirne il rilascio.
Nel frattempo, sul fronte delle polemiche internazionali relative al precedente abbordaggio in mare della Flotilla, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto con forza le accuse di torture sollevate dai volontari rientrati in Europa. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha espresso dura condanna contro i detrattori parlando di «un processo di imbestialimento» mediatico contro il Paese, mentre il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir ha liquidato le accuse di abusi come infondate.