Ore di altissima tensione sull’asse Washington-Teheran. Nonostante le indiscrezioni su un memorandum d’intesa imminente, l’attesissimo vertice di due ore nella Situation Room della Casa Bianca si è concluso con un nulla di fatto. Il presidente statunitense Donald Trump ha congelato la firma, ribadendo che non cederà di un millimetro sulle sue priorità.
A irrigidire la posizione americana sono intervenute anche le dichiarazioni incendiarie del Segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, che dal palcoscenico dello Shangri-La Dialogue di Singapore ha lanciato un ultimatum perentorio alla Repubblica Islamica.
L’avvertimento del Pentagono e le “linee rosse” di Trump
Il capo del Pentagono ha voluto chiarire che la disponibilità di Washington a negoziare una tregua nel Golfo Persico non è un segno di debolezza, blindando il dossier sul programma atomico di Teheran:
Pete Hegseth: «Gli Stati Uniti sono più che capaci di riprendere le operazioni militari contro l’Iran se necessario. Restiamo fermamente impegnati a impedire che Teheran si doti di un’arma nucleare; questo è un obbligo globale a cui non verremo meno».
Dalla Casa Bianca, fonti ufficiali hanno confermato lo stallo, blindando la strategia del tycoon: «Il presidente Trump firmerà un accordo solo se sarà vantaggioso per l’America e se verranno rispettate le sue linee rosse. L’Iran non può e non deve avere un’arma nucleare».
Il piano di Trump per estendere il cessate il fuoco e revocare il blocco navale su porti e navi iraniane si scontra con tre condizioni non negoziabili poste dagli USA:
- Riapertura totale e sminamento dello Stretto di Hormuz.
- Impegno formale a non sviluppare mai l’atomica.
- Trasferimento dell’uranio altamente arricchito sotto la custodia degli Stati Uniti.
La replica di Teheran e i colpi di avvertimento a Hormuz
La risposta dell’Iran è stata di netta chiusura sulle concessioni strategiche. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha ridimensionato la portata dei colloqui in un’intervista ai media di Stato, precisando che il memorandum non è affatto finalizzato e che i negoziati attuali hanno un raggio d’azione limitato: «I canali di contatto sono aperti, ma le trattative non includono in alcun modo la questione nucleare».
A dimostrazione di come la situazione resti una polveriera, la marina dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) ha annunciato di aver esploso colpi di avvertimento contro quattro imbarcazioni nei pressi dello Stretto di Hormuz, accusate di aver tentato di attraversare il canale «senza previa coordinazione o autorizzazione».
Libano nel sangue: raid di Israele su Tiro, Hezbollah risponde con 22 attacchi
Mentre i diplomatici cercano una quadra a Washington, il fronte nord di Israele continua a bruciare. Il Pentagono ha definito “costruttivi” i colloqui militari diretti tra funzionari israeliani e libanesi avvenuti all’interno del ministero della Difesa USA, ma sul campo di battaglia l’intensità degli scontri smentisce ogni spiraglio di pace.
- L’offensiva dell’IDF: Le forze israeliane hanno drasticamente ampliato le operazioni di terra e i bombardamenti nel Libano meridionale, colpendo oltre 30 località e ordinando l’evacuazione di numerosi villaggi vicino all’antica città di Tiro. I raid nelle ultime ore hanno provocato 11 morti (tra cui un soccorritore e un cittadino siriano). I dati ONU certificano il dramma umanitario: secondo l’Unicef, nell’ultima settimana i bombardamenti israeliani hanno ucciso o ferito una media di 11 bambini al giorno.
- La risposta di Hezbollah: Le milizie sciite filoiraniane hanno risposto massicciamente, bersagliando con sciami di razzi il nord di Israele. Il comando di Hezbollah ha rivendicato di aver sferrato almeno 22 attacchi mirati contro le infrastrutture militari e i soldati delle forze di difesa israeliane (IDF) lungo la linea di confine.