RENZI, MANCHERA’ SUO SGUARDO ERETICO. GRASSO, FU VOCE LIBERA
E’ morto Valentino Parlato. A dare l’annuncio in un post su Facebook Ritanna Armeni. Nato a Tripoli nel 1931, comunista per tutta la vita, milito’ nel Pci fino all’espulsione nel 1969 e fu tra i fondatori de Il Manifesto. Lo salutano, oltre al suo giornale, Matteo Renzi, “manchera’ il suo sguardo eretico”, e Pietro Grasso, che dice “addio a una voce libera”.
E’ morto a 86 anni, annuncia il sito del Manifesto, Valentino Parlato, tra i fondatori del quotidiano di cui e’ stato piu’ volte direttore e presidente della cooperativa editrice. “Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il Manifesto in tutta la sua lunga storia”, si legge ancora nel ricordo del sito web del Manifesto. Cosi’ lo ricorda su Twitter Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana: “Lo avevo salutato pochi giorni fa ad un convegno su Gramsci. Un grande giornalista, un compagno. Ci manchera’”.
“Ciao Vale”. Cosi’ la homepage del Manifesto saluta l’ex direttore e tra i fondatori del quotidiano. Il giornale pubblica un breve ricordo di Parlato: “E’ stato piu’ volte direttore e presidente della cooperativa editrice. Era nato a Tripoli, in Libia, il 7 febbraio 1931. Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il Manifesto in tutta la sua lunga storia”.
Comunista a vita, Valentino Parlato. Fin da giovanissimo fedele a una militanza politica che gli costo’ subito l’espulsione dalla Libia, dov’era nato nel 1931 nella Tripoli che il fascismo cantava allora come ‘bel suol d’amore’. In Libia la sua famiglia, originaria di Favara (Agrigento), si era trasferita nell’ondata di colonizzazione dell’impero mussoliniano, e c’era rimasta. Quella espulsione catapulto’ Parlato a Roma, dove ben presto approdo’ a ‘L’Unita” per cominciare a coniugare comunismo e giornalismo come avrebbe fatto fino all’ultimo. Lui stesso raccontava cosi’ come l’allontanamento forzato dalla Libia cambio’ il suo destino: “Sarei diventato un avvocato tripolino e quando Gheddafi mi avrebbe cacciato nel 1979 assieme a tutti gli altri mi sarei ritrovato a quasi 50 anni in Italia senza ne’ arte ne’ parte. Sarei finito a fare l’avvocaticchio per una compagnia di assicurazione ad Agrigento o a Catania. Un incubo. L’ho veramente scampata bella”. A Roma, dal 1951, continua gli studi di legge intrapresi a Tripoli, e all’universita’ conosce Luciana Castellina. Si iscrive al Pci e ne diviene funzionario. Nel 1953 viene inviato alla Federazione di Agrigento, ma l’apparato gli sta stretto e davanti alla prospettiva di restare in Sicilia aspettando una futura candidatura al Parlamento, decide di tornare a Roma. Di nuovo a ‘L’Unita”, e sempre nel Pci, vicino alle posizioni di Giorgio Amendola, fino a entrare nel Comitato centrale del Partito. Il giornalismo, in quegli anni, continua a praticarlo a ‘Rinascita’, chiamato da Giancarlo Pajetta a fare il redattore economico.
Il 27 novembre del 1969, la radiazione dal Pci. Viene cacciato assieme a Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Lucio Magri e Luciana Castellina, da un partito che non tollera voci critiche e castiga quei dirigenti per aver proposto una “rivoluzione culturale” e una “riforma generale del partito”. Quella pattuglia di eretici aveva gia’ fondato da pochi mesi quello che poi sarebbe diventato un giornale-partito, come diceva Parlato: ‘il manifesto’, quotidiano comunista che nella testata si richiama al ‘testo sacro’ di Marx e Engels. Pietro Ingrao al Comitato centrale del 15 ottobre del 1969, prima della radiazione, aveva Parlato di “posizioni sbagliate” dei “compagni del manifesto”, ma dopo questo ossequio alla liturgia del Pci aveva cercato di ragionare e far ragionare: “A mio giudizio – aveva detto Ingrao – la divergenza con i compagni del manifesto non verte tanto sulla valutazione delle novita’ profonde della situazione che si presenta oggi al nostro partito, quando sui modi e sui contenuti con cui dobbiamo affrontarla”. Quotidiano ‘il manifesto’ lo diventa il 28 aprile del 1971. Parlato ne e’ direttore dal 19 settembre 1975 al 30 novembre 1985, ma non monarca. Perche’ in quella “direzione condivisa” e’ affiancato da Pintor, Ferraris, Foa, Castellina e Rossanda. Dirige ancora il quotidiano dal primo gennaio 1988 al 30 luglio del 1990 e poi dal primo ottobre 1995 al 30 marzo 1998. Negli anni se ne allontana progressivamente fino ad abbandonarlo nel 2012, ultimo degli storici fondatori a lasciare la nave. Spiega l’addio senza perifrasi, ne’ sentimentalismi, com’era nella sua cifra: “E’ un giornale decaduto, ha perso fisionomia. Doveva essere un giornale-partito ma quel ruolo si e’ dissolto. E’ un giornale come gli altri, per giunta in difficolta’ economiche. Generico e povero. Ed e’ mancato un dibattito per rinnovarlo”.