Il blitz delle forze speciali americane in Venezuela non ha solo abbattuto il regime di Maduro, ma ha aperto una profonda crepa nei rapporti tra Washington e le cancellerie europee. Mentre Donald Trump rivendica il successo di un’operazione “mai vista dalla Seconda Guerra Mondiale”, l’Europa risponde con un silenzio imbarazzato, rotto solo da appelli alla legalità internazionale e da un netto distanziamento da parte del Regno Unito.
Il segnale più forte di rottura arriva da Downing Street. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha gelato le aspettative della Casa Bianca, chiarendo che Londra non è stata “in alcun modo coinvolta” nella cattura di Maduro.
Nonostante la storica special relationship, Starmer ha scelto di sospendere il giudizio politico, ponendo l’accento sulla necessità di accertare i fatti e, soprattutto, sul rispetto del diritto internazionale. Un segnale di freddezza che indica come il Regno Unito non sia disposto ad avallare acriticamente interventi militari unilaterali, nonostante la nota avversione per il regime bolivariano.
A Bruxelles la linea è di estrema cautela. L’Alta Rappresentante Kaja Kallas e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen si muovono su un binario stretto:da un lato si riafferma che Maduro è privo di legittimità democratica e sostengono il popolo venezuelano verso una “transizione pacifica”. Dall’altro si richiama esplicitamente la Carta delle Nazioni Unite, lanciando un messaggio implicito ma chiaro a Washington: la democrazia non dovrebbe essere imposta con la forza delle armi.
Ancor più netta è la posizione della Francia. Il Ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot ha messo in dubbio la legittimità stessa dell’operazione sul piano legale, affermando che nessuna soluzione duratura può essere “imposta dall’esterno”. Per Parigi, l’attacco USA viola il pilastro del diritto internazionale che proibisce l’uso della forza contro uno Stato sovrano.