Giornalismo in lutto per la morte di Enzo Bettiza. Aveva 90 anni e’ stato giornalista e commentatore della Stampa per cui, dopo gli inizi a Epoca, fu corrispondente da Vienna e da Mosca tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Passo’ poi al Corriere della Sera per il quale lavoro’, sempre come corrispondente dall’estero, per dieci anni. Con Indro Montanelli ha fondato Il Giornale, di cui e’ stato condirettore vicario dal 1974 al 1983.
Dire che in Italia non c’e’ giornalista – tra i meno giovani – che non abbia letto un articolo, un fondo, un editoriale di Enzo Bettiza non e’ un’esagerazione. Specie negli anni in cui dominava la Guerra fredda, in Europa c’erano piu’ muri che oggi, e il comunismo sovietico era una presenza forte e in tanti ne erano attratti, qualunque cosa significasse nella realta’ concreta per chi lo viveva in casa. Eppure lui quel comunismo lo criticava, e non poco. Anche a costo di vedersi sommergere da polemiche. Enzo Bettiza e’ morto, aveva compiuto da poco 90 anni. A dare notizia della scomparsa del giornalista e’ ‘La Stampa’, quotidiano per il quale aveva a lungo lavorato offrendo le sue interpretazioni del sommovimento che scuoteva, dapprima lentamente e poi piu’ forte, il vecchio continente. E La Stampa oggi gli rende onore sottolineando sulla sua pagina on line che e’ stato “la prova vivente che, per diventare un grande del giornalismo, non serve far leva sulla simpatia: contano di piu’ altre doti, professionali e umane. La coerenza con la propria storia, anzitutto”. E quella di Bettiza “e’ passata attraverso grandi drammi che ne hanno reso aspra, ironica e in qualche caso feroce la descrizione di come va il mondo”. Profugo dalla Dalmazia (era nato a Spalato da una famiglia italiana dell’alta borghesia) quando non aveva ancora vent’anni sopravvisse per miracolo a una grave malattia. Campo’ di espedienti, fu anche contrabbandiere e venditore di libri a rate (come racconto’ egli stesso) per sbarcare il lunario, sognando di diventare uno scrittore di successo.
Il suo cammino nel giornalismo inizio’ con il settimanale ‘Epoca’, poi nel 1957 l’approdo a ‘La Stampa’, come corrispondente da Vienna e poi da Mosca. E nessuno come lui sapeva descrivere vicende e personaggi di una Mitteleuropa finita sotto il tallone sovietico. Temperamento non facile da dominare, Bettiza nel 1964 entro’ in conflitto con l’allora direttore Giulio De Benedetti, a sua volta poco incline al compromesso: ne scaturi’ il licenziamento del giornalista. Dopo trent’anni, pero’, Bettiza ritorno’ al quotidiano torinese, da editorialista e commentatore politico, senza piu’ lasciarlo. In precedenza, tra il licenziamento e il ritorno, tra il 1964 e il 1994, ci fu il decennio al ‘Corriere della Sera’, da cui ando’ via in polemica con la svolta a sinistra voluta dall’allora direttore del quotidiano di via Solferino, Piero Ottone, e poi un decennio al ‘Giornale’, che fondo’ nel 1974 con Indro Montanelli. Anche qui pero’ la divisione, innescata dal giudizio su Bettino Craxi: Bettiza ne fu politicamente attratto, Montanelli per nulla. Nella vita del giornalista scomparso c’e’ stata anche la parentesi parlamentare, tra le fila del Pli e poi del Psi, teorizzando in Italia l’incontro della cultura liberal con quella laburista. All’apparire della Lega Nord fu tra i pochi, nel giornalismo, a dare credito a Umberto Bossi. Un conservatore, Bettiza, ma non per questo non sapeva ‘leggere’ i fenomeni e i momenti politici. E’ stato tra i piu’ duri, quasi spietati, critici del comunismo dell’Est europeo, quando invece il mito sovietico ancora riusciva a rappresentare per tanti un’attrattiva. E – come sottolinea La Stampa – Bettiza sapeva vedere lontano, e la vera Storia gli ha dato infatti ragione.