Dopo il caso del migrante in Albania, lo Stato condannato a risarcire 76mila euro a Sea Watch. La Premier attacca: «Magistratura politicizzata». Morosini: «Le sentenze si impugnano, non si insultano».
La tregua istituzionale auspicata in mattinata dal Presidente Mattarella dura poche ore. Il verdetto del Tribunale di Palermo, che condanna tre Ministeri (Interno, Trasporti ed Economia) e la Prefettura di Agrigento a risarcire la Ong Sea Watch con 76mila euro, fa saltare i tappi della diplomazia tra Palazzo Chigi e la magistratura.
Il caso: il fermo “illegittimo” della nave di Carola Rackete
Al centro della contesa c’è il blocco della nave Sea Watch 3, avvenuto nel 2019 dopo che l’allora comandante Carola Rackete forzò il blocco navale di Lampedusa. Secondo i giudici palermitani, quel fermo amministrativo fu protratto in modo illecito: la Ong aveva presentato opposizione al Prefetto e, in assenza di una risposta nei termini di legge, era scattato il “silenzio-accoglimento”. Lo Stato, invece di liberare la nave, la tenne bloccata per mesi, causando un danno patrimoniale che oggi i contribuenti devono rifondere.
Secondo i giudici, il Viminale, i Ministeri dei Trasporti e dell’Economia e la Prefettura di Agrigento sono responsabili dei danni patrimoniali subiti dall’organizzazione. La cifra stabilita copre le spese documentate dalla Ong e i costi legali sostenuti durante i mesi di inattività forzata della nave.
Il nodo del “silenzio-assenso”
La vicenda risale all’estate del 2019, segnata dal celebre braccio di ferro tra l’allora comandante Carola Rackete e il governo italiano. Dopo aver forzato il blocco navale per sbarcare 42 migranti, la nave era stata posta sotto sequestro.
La sentenza odierna poggia su un vizio procedurale decisivo: la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento nel settembre 2019 senza ricevere risposta. Secondo la legge, tale silenzio avrebbe dovuto comportare l’accoglimento automatico del ricorso e la cessazione del sequestro. La nave rimase invece bloccata fino al dicembre successivo, quando fu un ricorso d’urgenza a ordinarne la restituzione.
La furia di Giorgia Meloni
La risposta della Presidente del Consiglio non si è fatta attendere. Con un video sui social, Giorgia Meloni ha definito la decisione «oggettivamente assurda», ricollegandola alla recente condanna del Viminale per il trasferimento di un migrante nel Cpr albanese.
«Qual è il messaggio che si sta cercando di far passare? Che non è consentito al Governo contrastare l’immigrazione illegale? Che una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso a qualunque legge?», ha tuonato la Premier, promettendo «ostinazione» nella difesa dei confini.
A farle eco, il vicepremier Matteo Salvini, che parla di un «premio per chi ha speronato i militari italiani» e rilancia la campagna referendaria per la riforma della giustizia prevista per fine marzo.
La difesa del Tribunale: «Le sentenze si leggono»
Di fronte alla pioggia di attacchi, è intervenuto il Presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, con una nota di raro rigore. Difendendo l’operato della collega che ha emesso la sentenza, Morosini ha ricordato che denigrare i giudici per provvedimenti non graditi non ha nulla a che vedere con il diritto di critica. «Le decisioni si possono impugnare», ha sottolineato, evidenziando come la critica dovrebbe arrivare solo dopo averne letto le motivazioni tecniche.
Sea Watch: «Vittoria del diritto internazionale»
Esulta invece la Ong tedesca. Per la portavoce Giorgia Linardi, il risarcimento dimostra che quella di Carola Rackete fu «protezione del diritto contro l’abuso di potere». Mentre lo scontro istituzionale tocca il suo apice, Sea Watch sposta l’attenzione sulla cronaca: «Il Governo cerca nemici nelle Ong mentre sulle spiagge continuano a riaffiorare i cadaveri dei naufraghi».
La giudice della sezione civile Maura Cannella, nella sentenza sulla causa promossa da Sea Watch, oltre alla condanna della Prefettura di Agrigento, del ministero dell’Interno, del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e del ministero dell’Economia e delle Finanze, al risarcimento di 76.181,62 euro nei confronti della Ong ha condannato i ministeri, in solido, al pagamento delle spese del giudizio in favore di Sea Watch, in persona del legale rappresentante pro tempore, liquidate in complessivi 14.103 euro oltre spese generali, Iva e Cpa.