Alberto da Giussano, il Sole delle Alpi e il lamento delle cornamuse celtiche: il rito funebre di Umberto Bossi ha riportato il borgo bergamasco indietro di trent’anni, in un’atmosfera sospesa tra il cordoglio e la rabbia identitaria. Nel prato del Giuramento, simbolo dell’epopea leghista, centinaia di militanti della “prima ora” hanno tributato l’estremo saluto al fondatore, trasformando la cerimonia in un’arena politica dove la nostalgia per la Padania ha travolto il presente.
Il feretro, accompagnato dalla famiglia e dalle massime cariche dello Stato, è stato accolto da uno scenario di altri tempi. Bandiere verdi al vento e slogan che parevano sepolti dalla cronaca hanno dominato la piazza: “Secessione” e “Roma ladrona” sono tornati a risuonare con forza, segnando una netta linea di demarcazione tra la base storica e l’attuale dirigenza del partito.
La tensione è esplosa all’arrivo di Matteo Salvini. Il segretario della Lega si è presentato in completo scuro ma con la simbolica camicia verde delle Guardie Padane, un gesto che non è bastato a placare l’ala nordista. “Giuda”, “Traditore”, “Molla la camicia verde, vergogna”, hanno urlato alcuni militanti del Partito Popolare per il Nord guidati da Roberto Castelli.
Mentre Salvini tentava di stringere mani tra le transenne, la folla ha risposto con i cori per il Senatur e contestazioni aperte. Nemmeno il bacio del vicepremier ai capelli di Manuela Bossi ha convinto i nostalgici: “Il bacio di Giuda”, è stato il commento tagliente sollevatosi dal piazzale dell’Abbazia. Più cauto Marcello Dell’Utri, che ai cronisti ha liquidato con un “velo pietoso” il pensiero di Bossi sull’attuale gestione della Lega.
In una giornata segnata dal gelo e dai fischi (pesanti quelli rivolti all’ex premier Mario Monti), Giancarlo Giorgetti ha vestito i panni del “capo cerimoniale”. È stato il Ministro dell’Economia ad accogliere le autorità — dalla premier Giorgia Meloni ai presidenti delle Camere — e a gestire i momenti più critici.
Al termine della funzione, officiata dall’abate Giordano Rota, il clima si è fatto incandescente. All’uscita del feretro, i militanti hanno intonato cori contro l’unità nazionale: “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore”. È dovuto intervenire lo stesso Giorgetti, megafono alla mano, per invocare il silenzio e consentire la recita dell’Eterno Riposo e il canto del “Va’ Pensiero”. Dopo il picchetto d’onore delle cornamuse, il corpo del Senatur ha sostato un’ultima volta davanti al “Sacro Prato”, chiudendo definitivamente un’era della storia d’Italia.
Per il governo erano presenti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti. In prima fila i presidenti di SEnato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Della vecchia guardia leghista, tra gli altri, Roberto Castelli, Manuela Dal Lago e Aldo Brancher. Ospiti: Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri e Mario Monti.