Giorgia Meloni ha scelto il palcoscenico del Salone del Mobile di Milano per blindare la linea del Governo sulle principali crisi interne ed esterne, proprio mentre i negoziati di Islamabad affrontano l’ultimatum di Donald Trump e lo Stretto di Hormuz rimane richiuso. La Premier, jeans e scarpe da ginnastica, ha difeso a spada tratta il Decreto Legge Sicurezza dalle critiche del Colle e delle opposizioni, annunciando una soluzione tecnica per superare l’impasse costituzionale sull’Articolo 30 bis (la norma sugli avvocati e i rimpatri). Meloni ha anche parlato di politica estera, confermando la disponibilità dell’Italia a partecipare a una missione a Hormuz e minimizzando le tensioni con Trump post-Sigonella.
Meloni ha respinto con forza l’etichetta di “pasticcio” applicata dalle opposizioni al Decreto Sicurezza, oggetto di “rilievi tecnici” da parte del Quirinale e degli avvocati. La Premier ha annunciato la strategia per evitare la decadenza del decreto (in scadenza sabato 25 aprile):
“Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e li trasformeremo in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione per correggere la norma. Ma la norma rimane”.
Meloni si è detta “stupita” dalle critiche del centrosinistra: “Non mi è chiaro perché riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante che fa ricorso contro l’espulsione, e non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di chi lo assiste quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato. Sui rimpatri volontari assistiti mi pareva che fossimo d’accordo, l’Europa ci chiede di intensificarli”.
Sulla crisi geopolitica nel Golfo, Meloni ha confermato la linea atlantista, pur ammettendo le difficoltà diplomatiche post-sequestro della Touska: la Premier ha ricordato che l’Italia è stata tra le prime a proporre una copertura ONU su una missione a Hormuz, ma “questo non è stato possibile per un veto nel Consiglio di Sicurezza da parte di Russia e Cina”.
“Se non si dovesse superare il veto, a condizioni date (cessazione delle ostilità, ampissima adesione internazionale e postura esclusivamente difensiva), io penso che l’Italia dovrebbe comunque esserci, ma deve essere il Parlamento su questo ad esprimersi”.
Meloni ha ribadito il sostegno ai negoziati di Islamabad e Israele-Libano, legando la decisione sul taglio delle accise (in scadenza il primo maggio) proprio all’esito delle trattative. Sulle parole dure di Trump post-Sigonella (“Traditore”), ha minimizzato: “Non ci sono rimasta male. L’amicizia è dire ciò che si pensa anche quando non si è d’accordo. Non vuol dire mettere in discussione storici rapporti”.
Al Salone del Mobile (una filiera da “oltre 50 miliardi di fatturato, 2,3% del Pil e 300.000 addetti”), Meloni ha portato la “solidarietà del governo” contro il caro energia, dossier che riporterà al prossimo Consiglio Europeo.
La Premier ha inviato un ultimatum alla Presidente dell’Eni, Giuseppina Di Foggia: “Debba scegliere tra la presidenza dell’Eni o la buonuscita di Terna. Mi pare abbastanza semplice la questione, nel caso valuteremo le nostre alternative”.
Meloni ha citato l’incontro di ieri con il Presidente del Kenya Ruto, sottolineando la crescita dell’attenzione verso il Made in Italy in Africa (+13% l’export legno-arredo lo scorso anno).
La visita al Salone del Mobile è un’operazione politica di blindatura. Meloni usa il sostegno al Made in Italy per legittimare la sua linea sulla “legalità” (DL Sicurezza blindato con un provvedimento ad hoc per aggirare il Colle) e sulla politica estera (apertura a Hormuz e minimizzazione di Trump). Con il “provvedimento ad hoc”, Meloni evita il conflitto istituzionale diretto con Mattarella ma mantiene la norma identitaria, sfidando le opposizioni sul terreno dei rimpatri europei. La Premier tira dritto, confidando che il Parlamento ratifichi le sue scelte e che i negoziati di Islamabad evitino la guerra totale entro mercoledì.