La storica visita di Stato del sovrano inglese culmina in un gesto senza precedenti dall’epoca della Riforma Anglicana. Pace, ambiente e povertà al centro dei colloqui diplomatici.
Un momento di portata storica ha segnato la visita di Stato di Re Carlo III e della Regina Camilla in Vaticano: Papa Leone e il sovrano inglese, che è anche capo della Chiesa anglicana, hanno pregato insieme nella Cappella Sistina.
Non accadeva da ben cinque secoli, ovvero dalla Riforma Anglicana che sancì lo scisma tra Roma e Canterbury. Il gesto, che supera la frattura del 1534, è considerato il culmine simbolico della giornata e un potente segnale ecumenico. La preghiera, guidata dal Pontefice e dall’Arcivescovo di York Stephen Cottrell, ha alternato il latino e l’inglese.
Dopo l’udienza con il Papa, Re Carlo e la Regina Camilla si sono recati in Segreteria di Stato per un incontro con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, accompagnato da monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
I “cordiali colloqui”, come definiti da una nota ufficiale vaticana, hanno toccato temi di stretta attualità globale. Focus particolare è stato posto sull’impegno comune per promuovere la pace e la sicurezza di fronte alle sfide globali.
Tra le questioni di “comune interesse” sono state individuate la tutela dell’ambiente e la lotta alla povertà, temi particolarmente cari a Re Carlo III e al Pontefice. Non è mancata, inoltre, una riflessione congiunta sulla necessità di continuare a promuovere il dialogo ecumenico, richiamando la storia della Chiesa nel Regno Unito.
Nel pomeriggio, la delegazione reale ha partecipato a una seconda celebrazione presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura.
L’abbraccio in preghiera tra il Papa e Re Carlo III non è solo un evento diplomatico, ma lancia un segnale forte sul futuro dell’ecumenismo. A cinque secoli dalla rottura tra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana, la possibilità di una riconciliazione non è più solo una remota “utopia teologica”.
La visita del Re riapre un capitolo che la storia sembrava aver chiuso. Dal 1966, la Commissione internazionale anglicano-cattolica (ARCIC) lavora per superare le divisioni dottrinali sorte ai tempi di Enrico VIII. Quasi sessant’anni di confronto hanno portato a progressi su temi cruciali come Eucaristia, ministero e autorità nella Chiesa. Oggi, molte differenze appaiono più “terminologiche che sostanziali”, anche se i nodi teologici principali restano sul tavolo.
I punti critici non mancano: Roma non riconosce la validità delle ordinazioni anglicane, mentre gli anglicani faticano ad accettare il primato universale del Papa. A complicare il quadro, questioni recenti come l’ordinazione delle donne e la benedizione delle unioni omosessuali hanno creato nuove divisioni interne alla stessa Comunione anglicana.
Un modello concreto di riavvicinamento è arrivato con la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus del 2009, voluta da Benedetto XVI. Questo documento permette a intere comunità anglicane di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica, pur mantenendo parte del proprio patrimonio liturgico.
Oggi, il linguaggio preferito da teologi e pastori è quello di “unità nella diversità riconciliata”. L’obiettivo non è l’uniformità, ma la costruzione di una comunione reale e visibile, fondata sulla fede condivisa, pur nel rispetto delle differenze storiche e culturali.
Nei prossimi mesi, si attendono nuovi documenti da parte di ARCIC III e del Malines Dialogue Group. La serietà con cui si affronta il tema della piena comunione, pur non illudendosi che sia imminente, è già di per sé una notizia. Il lento, ma reale, riavvicinamento culminerà in una celebrazione ecumenica di rilievo: il prossimo primo novembre, San John Henry Newman, sacerdote anglicano convertito al cattolicesimo, sarà dichiarato Dottore della Chiesa da Papa Leone. In quell’occasione è attesa a Piazza San Pietro una nutrita delegazione della Chiesa anglicana.