L’Eliseo ha ospitato ieri un vertice tra 27 leader internazionali e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’intesa raggiunta fissa le basi per una forza di interposizione europea da dispiegare non appena sarà raggiunto un cessate il fuoco credibile.
L’accordo prevede una suddivisione dei compiti strategica per rassicurare Kiev e scoraggiare Mosca. Gli Stati Uniti, rappresentati dagli inviati di Trump (Steve Witkoff e Jared Kushner), guideranno l’operazione di monitoraggio della tregua, pur senza impegnare truppe al suolo. Francia e Regno Unito hanno già firmato una dichiarazione d’intenti per il dispiegamento di migliaia di soldati in “hub militari” nelle retrovie ucraine, con funzioni di addestramento e deterrenza. Il cancelliere Friedrich Merz ha dato disponibilità all’invio di forze tedesche, ma solo nei Paesi NATO confinanti.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato attivamente al summit, ribadendo però un limite invalicabile per Roma: l’esclusione categorica dell’invio di militari italiani sul terreno ucraino. Palazzo Chigi ha espresso soddisfazione perché il documento finale ricalca la linea italiana: una partecipazione su base “volontaria” e garanzie di sicurezza ispirate al modello dell’Articolo 5 della NATO. “L’Italia sostiene Kiev con coerenza, ma nel rispetto delle nostre procedure costituzionali”, ha puntualizzato la premier.
L’accordo, definito “storico” da Emmanuel Macron e Keir Starmer, poggia su pilastri che ricalcano, pur con sfumature diverse, le protezioni dell’Alleanza Atlantica senza richiederne l’adesione formale immediata.
- L’Esercito degli 800mila: L’Ucraina si impegna a mantenere una forza permanente di 800.000 unità. Sarà la “prima linea” di deterrenza, finanziata e armata a lungo termine dalla Coalizione dei Volenterosi.
- Monitoraggio USA: Gli Stati Uniti guideranno il monitoraggio satellitare e tecnologico del fronte. L’inviato speciale Steve Witkoff ha chiarito che Washington vigilerà affinché la tregua sia “definitiva”.
- Forza Multinazionale e “Hub Militari”: Francia e Regno Unito hanno firmato per la creazione di basi logistiche e di addestramento in Ucraina subito dopo la tregua. Non saranno truppe d’assalto, ma una “presenza di rassicurazione” che agirebbe da tripwire (filo d’inciampo) in caso di attacco.
- L’Articolo 5 “de facto”: I Paesi che sottoscrivono l’invio di truppe accettano l’impegno legale di entrare in guerra se l’Ucraina venisse nuovamente invasa. È il punto più delicato: richiede la ratifica dei singoli Parlamenti nazionali.
- La via verso l’UE: Kiev preme per una data certa d’ingresso (il 2027 è giudicato “irrealistico” dai diplomatici), vedendo nell’integrazione europea la garanzia politica definitiva.
Dopo la firma della dichiarazione d’intenti di ieri tra Ucraina, Francia e Regno Unito, i negoziati proseguono oggi con un focus specifico sulle garanzie bilaterali USA-Ucraina. Oltre ai protocolli di difesa, l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha introdotto un nuovo elemento: il “Piano per la Prosperità”. Si tratta di un quadro di investimenti massicci destinati alla ricostruzione, che Washington intende legare strettamente alla stabilità del cessate il fuoco. L’obiettivo è trasformare l’Ucraina in un hub economico che garantisca rendimenti agli investitori occidentali, rendendo la pace non solo una necessità militare, ma un vantaggio commerciale.
La presenza di Jared Kushner al tavolo delle trattative conferma la volontà di Donald Trump di gestire la crisi ucraina con lo stesso approccio “transazionale” utilizzato per gli Accordi di Abramo. Fonti diplomatiche riferiscono che il team americano sta lavorando su un documento in 28 punti (già discusso a Mar-a-Lago a dicembre) che prevede:
- Il riconoscimento de facto delle attuali linee di contatto.
- Un impegno russo a non procedere oltre i territori occupati.
- La revoca parziale delle sanzioni in cambio di garanzie di non aggressione verificate dagli USA.
Il cuore del confronto odierno riguarda la natura degli impegni legali. Zelensky chiede garanzie che non siano semplici “memorandum”, memore del fallimento del Protocollo di Budapest.
Mentre Emmanuel Macron parla di una “giornata storica per la sovranità europea”, da Mosca giungono segnali ambivalenti. Se da un lato il Cremlino sembra interessato alla revoca delle sanzioni promessa dal piano Trump, dall’altro la presenza di una forza multinazionale europea in Ucraina viene vista come una “linea rossa” pericolosamente vicina.
“Puntiamo a una pace che non sia una tregua temporanea ma una fine definitiva”, ha dichiarato il presidente ucraino su X. Per Kiev, la combinazione tra gli “scarponi” europei e la tecnologia americana è l’unica ricetta per evitare che la Russia riprenda le ostilità tra due o tre anni.