Non è più solo una crisi passeggera: la Spagna ha ufficializzato la fine del mandato dell’ambasciatrice Ana María Sálomon Pérez, lasciando la missione a Tel Aviv nelle mani di un semplice incaricato d’affari. La mossa sancisce il congelamento dei rapporti tra i due Paesi, arrivato al culmine di mesi di scontri verbali sul rischio “genocidio” a Gaza e l’embargo totale sulle armi deciso da Madrid.
La posizione di Pedro Sánchez, fermamente contrario all’intervento in Iran e all’uso delle basi USA di Rota e Morón per operazioni belliche, ha scatenato l’ira di Donald Trump. Il Presidente americano ha definito la Spagna un “alleato terribile” e ha minacciato ritorsioni pesantissime:
Trump ipotizza il taglio degli scambi con Madrid per la mancata cooperazione militare. Washington preme per portare la spesa militare spagnola al 5% del PIL, richiesta che Sánchez continua a respingere.
In questo scenario si inserisce la Germania del Cancelliere Friedrich Merz. Dopo le dichiarazioni rilasciate nello Studio Ovale — dove Merz si è impegnato con Trump a “convincere” la Spagna ad aumentare le spese militari — il clima tra Berlino e Madrid si è fatto gelido.
Secondo fonti diplomatiche, Merz avrebbe cercato di contattare telefonicamente Sánchez negli ultimi giorni, senza ricevere risposta.
Bruxelles è intervenuta a protezione di Madrid, ricordando che la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione Europea: un “ombrello” che dovrebbe proteggere la Spagna dalle minacce unilaterali di Trump.
Sánchez non intende indietreggiare. L’obiettivo del leader iberico è creare un fronte di Paesi europei pronti a rivendicare una maggiore autonomia da Washington e una linea meno prudente rispetto a quella della Commissione Von der Leyen. Madrid sospetta che la strategia europea sia attualmente troppo condizionata dal dibattito interno tedesco e dalle pressioni americane.