Il vertice europeo di Bruxelles si chiude con un’immagine plastica del nuovo ordine (o disordine) continentale: Viktor Orbán fermo in disparte, quasi un “paria” tra i leader, mentre il resto dell’Unione tenta di sbloccare i vitali aiuti a Kiev. Ma se l’isolamento del premier ungherese è evidente, la sua capacità di tenere in ostaggio il blocco rimane intatta.
La tensione al vertice ha raggiunto livelli mai visti. Al centro della contesa il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, già approvato a dicembre ma ora congelato da Budapest. L’istantanea di Orbán che resta in piedi, solo, mentre gli altri leader ascoltano Zelensky, riassume il clima di una giornata di scontri durissimi.
1. L’affondo di Merz: «Ci saranno conseguenze»
Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha usato parole di una gravità senza precedenti, segnando una rottura forse definitiva con Budapest:
- La condanna: Merz ha definito il comportamento di Orbán «un atto di grave slealtà» che avrà «conseguenze profonde ben oltre questo episodio».
- La vendetta di bilancio: Berlino ha lasciato intendere che il conto per questa ostruzione verrà presentato quando si discuterà del bilancio UE e dei fondi destinati all’Ungheria.
2. Il caso Meloni: Smentito l’asse con Budapest
Nonostante le indiscrezioni di Politico che parlavano di una Giorgia Meloni impegnata a difendere Orbán nella “stanza dei bottoni”, la Premier italiana ha smentito seccamente:
- Le parole della Premier: «Ho letto ricostruzioni bizzarre. La questione è risolvibile, ma serve flessibilità da entrambe le parti».
- Il ruolo di mediatrice: Meloni continua a proporsi come ponte, cercando di legare lo sblocco dei fondi alla riparazione dell’oleodotto Druzhba, la vera arma di ricatto di Orbán.
3. Il giallo dell’oleodotto Druzhba
Budapest sostiene che il petrolio russo sia bloccato dall’Ucraina, mettendo a rischio la propria sicurezza energetica. Tuttavia, la retorica di Orbán è stata smontata pezzo per pezzo:
- La smentita croata: Il premier di Zagabria, Andrej Plenković, ha rivelato che il petrolio sta già arrivando regolarmente alle raffinerie ungheresi e slovacche attraverso rotte alternative.
- Lo smarcamento di Fico: Persino il premier slovacco Robert Fico, pur colpito dallo stop del greggio russo, non ha seguito Orbán: «Bloccare le sanzioni sì, rimangiarsi la parola data sui 90 miliardi no».
4. Il grido di Zelensky: «Tre mesi di ritardo»
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è apparso visibilmente preoccupato, evitando polemiche dirette con Orbán (anche su pressione del Presidente del Consiglio UE Antonio Costa) ma incalzando i leader:
«Da tre mesi la più importante garanzia di sicurezza finanziaria europea non funziona. Sono risorse per proteggere vite umane e ancora oggi non sappiamo se verranno sbloccate».
L’epilogo rimandato ad aprile
L’Europa resta in un limbo pericoloso. La sensazione è che nulla si muoverà prima delle elezioni ungheresi del 12 aprile, dove Orbán si gioca la riconferma dopo 16 anni di potere. Fino ad allora, il premier magiaro sembra intenzionato a usare il veto come arma elettorale, accusando Zelensky di voler sabotare l’economia ungherese.