Da oltre 14 ore lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare militarizzato. Alle 16:00 di ieri è scattato ufficialmente il blocco navale sistematico imposto dagli Stati Uniti per isolare l’Iran, trasformando il principale snodo energetico mondiale in un “collo di bottiglia” presidiato dalla Marina americana.
La situazione è precipitata dopo il naufragio dei negoziati di Islamabad, durati 21 ore e conclusisi con un nulla di fatto. Il vicepresidente J.D. Vance, rientrato negli USA, ha parlato a Fox News definendo il blocco una “necessaria contromisura” al presunto terrorismo economico di Teheran.
Washington non arretra: esige il controllo totale dell’uranio arricchito e ispezioni infallibili. “A questo gioco si può giocare in due”, ha avvertito Vance. Il Presidente Trump ha autorizzato le unità navali a distruggere qualsiasi nave d’attacco veloce iraniana che tenti di disturbare il blocco. Un segnale diretto ai Pasdaran e alle loro tattiche di disturbo asimmetrico.
L’Iran non si è limitato a denunciare l’illegalità dell’azione statunitense, ma ha alzato la posta coinvolgendo i vicini: Teheran considera il blocco un atto di pirateria e una violazione della sovranità. Il regime ha minacciato di colpire i porti dei paesi limitrofi (alleati degli USA) se i propri scali rimarranno bloccati. Questo prefigura una pericolosa internazionalizzazione del conflitto nel Golfo.
Nonostante il dispositivo di sicurezza americano, stamattina è stata registrata la prima violazione. La petroliera cinese Rich Starry (già sotto sanzioni) è riuscita ad attraversare lo Stretto e a uscire dal Golfo. Intervenire con la forza contro una nave cinese aprirebbe un secondo fronte globale tra Washington e Pechino. Il transito suggerisce che la Cina non intende piegarsi passivamente alle restrizioni unilaterali di Trump.
Mentre i tamburi di guerra rullano, il Pakistan sta tentando una mediazione disperata. Funzionari di Islamabad hanno proposto un secondo round di colloqui prima della scadenza formale del cessate il fuoco, definendo il fallimento di sabato solo una parte di un “processo in corso”. Tuttavia, con le attuali regole d’ingaggio americane e la retorica della “massima pressione”, lo spazio per il dialogo appare ridotto al minimo.