Rialzano la testa le aziende: nei primi sei mesi del 2016, sono state il 40,5% in meno (4.116 rispetto a 6.915 dell’anno scorso) quelle che hanno usato ammortizzatori sociali. Lo rivelano i dati forniti dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, che ha esaminato i decreti ministeriali che autorizzano le imprese all’utilizzo della cig. ‘Per la prima volta dopo 4 semestri in costante crescita, i dati tornano a diminuire’. Male, invece, gli investimenti che tra il 2007 e il 2015, secondo la Cgia di Mestre, in Italia sono scesi di 109,7 miliardi di euro. La riduzione piu’ pesante in mezzi di trasporto e fabbricati non residenziali. In crescita Tlc e attivita’ legate a ricerca e sviluppo.
Nei primi sei mesi del 2016 sono diminuite del “40,5%” al confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente le realta’ produttive italiane che, dichiarata una “crisi strutturale”, hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per proseguire l’attivita’. Fino allo scorso mese di giugno hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali 4.116 imprese a fronte delle 6.915 del 2015″. E’ quanto emerge da un dossier dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro. I provvedimenti di autorizzazione per la Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) emanati dal Dicastero di via Veneto sono stati “2.347” per “4.116 unita’ produttive, registrando, rispetto al primo semestre del 2015, una flessione del 36,6% del numero di decreti e del 40,5%” della cifra complessiva di aziende.
All’origine del calo si registra “uno stato economico migliore” delle imprese, nonche’ una loro “maggiore responsabilita’” nell’uso della cassa integrazione, alla luce delle nuove regole” introdotte dal settembre 2015. Nel primo semestre 2016, in oltre la meta’ delle aziende (52,1%) sono stati inseriti Contratti di solidarieta’ (+5,4 punti percentuali rispetto al 2015), e i decreti per crisi aziendali concernevano “il 30% del totale delle unita’ produttive interessate” (-6% in un anno). A salire, al contrario, i decreti di concessione per ristrutturazione: erano 147 nel 2015, sono stati 183 nel 2016 (+24,8%). Crollati, infine, quelli per fallimento (da 155 a 24).
Dall’inizio della crisi gli investimenti in Italia sono crollati di quasi 110 miliardi, con un balzo indietro di 20 anni. Lo sostiene la Cgia di Mestre, secondo cui “al netto dell’inflazione tra il 2007 e il 2015 gli investimenti sono scesi di 109,7 miliardi, pari in termini percentuali a una diminuzione di 29,8 punti. Nessun altro indicatore economico ha segnato una contrazione percentuale così importante”. “L’ammontare complessivo – sottolinea l’ufficio studi – degli investimenti fissi lordi reali registrati l’anno scorso (258,8 miliardi) è quasi lo stesso che avevamo nel 1995 (264,3 miliardi): siamo ritornati allo stesso livello di 20 anni fa. In prospettiva, però, le cose sembrano destinate a migliorare. Secondo il Def 2016, quest’anno dovremmo registrare una crescita del 2,2%, nel 2017 del 2,5%, nel 2018 del 2,8% e nel 2019 del 2,5%”. E già nell’ultimo anno “abbiamo invertito la tendenza: se nel 2014 l’ammontare degli investimenti era stato di 256,7 miliardi, nel 2015 è salito a 258,8 miliardi, con un +0,8%”. I settori che hanno subito la riduzione più pesante “sono stati i mezzi di trasporto (auto, mezzi aziendali, bus, treni, aerei), in flessione del 49,3% (-12,4 miliardi), e i fabbricati non residenziali (capannoni, edifici commerciali, opere pubbliche), con un calo del 43,5% (-44 miliardi). I comparti dei computer-hardware e dell’abitazione hanno fatto segnare una variazione negativa del 28,6%”. Pesante anche il calo per il settore degli impianti e dei macchinari, con un -27,5%. Solo le telecomunicazioni (+10,2%) “e le attività riconducibili alla ricerca e sviluppo (+11,7%) non hanno risentito della crisi”.
Le imprese, spiega la Cgia, “sono il settore istituzionale che in misura superiore agli altri ha tagliato di più. Tra il 2007 e il 2015 la contrazione in termini reali degli investimenti è stata del 31,5%. Seguono le amministrazioni pubbliche (-28,2%), le famiglie (-27,5%) e le società finanziarie (-3,5%)”. Se si indica come “pari a 100 il totale degli investimenti nominali presenti in Italia nel 2015, circa il 60% è riconducibile alle imprese e un altro 25% circa alle famiglie consumatrici”. “Gli investimenti – sottolinea Paolo Zabeo della Cgia – sono una componente rilevante del Pil. Se non miglioriamo la qualità dei prodotti, dei servizi e dei nostri processi produttivi siamo destinati a impoverirci. Le imprese contribuiscono per oltre il 60% del totale degli investimenti e, pertanto, ha fatto bene il governo nei giorni scorsi ha mettere a disposizione 40 miliardi di interventi in infrastrutture, ambiente e turismo e a inserire nell’ultima legge di stabilità la possibilità per le aziende di ammortizzare al 140% gli acquisti dei nuovi beni strumentali”. “Tuttavia – sostiene Zabeo – rimane un problema. Affinchè le imprese e i lavoratori autonomi possano sfruttare quest’ultima possibilità, è necessario che le banche tornino a erogare il credito. Altrimenti quali risorse useranno le Pmi per investire visto che tradizionalmente sono sottocapitalizzate e a corto di liquidità?”. “Con un Pil – aggiunge il segretario della Cgia, Renato Mason – che per l’anno in corso dovrebbe crescere attorno allo 0,6-0,7%, abbiamo bisogno di ritrovare la fiducia degli investitori, introducendo delle misure importanti verso la progressiva riduzione delle tasse e rilanciare i consumi interni e gli investimenti pubblici anche in deficit, per ridare slancio a un paese che continua a camminare con il freno a mano tirato”.