Si chiude con un nulla di fatto la storica maratona negoziale di 25 ore tra Stati Uniti e Iran. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha lasciato il Pakistan nella notte, annunciando il fallimento dei colloqui diretti e lasciando sul tavolo quella che ha definito “l’offerta finale e migliore possibile”. Il mondo resta ora col fiato sospeso: la tregua di due settimane, iniziata in occasione della Pasqua ortodossa, scade senza una proroga ufficiale, riaprendo lo spettro di una ripresa totale delle ostilità.
Prima di imbarcarsi sul volo di ritorno per Washington, Vance è stato categorico nell’attribuire la responsabilità dello stallo a Teheran. “Siamo stati flessibili e accomodanti, ma non abbiamo visto un impegno fondamentale dell’Iran a rinunciare allo sviluppo di armi nucleari a lungo termine”, ha dichiarato il vicepresidente. Vance ha poi lanciato un monito sinistro: “Questa notizia è molto peggiore per l’Iran che per gli Stati Uniti”. Durante i colloqui, il numero due della Casa Bianca è rimasto in costante contatto con Donald Trump e i vertici della difesa e del dipartimento di Stato (Rubio e Hegseth), segno che l’offerta presentata è da considerarsi un “prendere o lasciare” definitivo.

TEHERAN: “RICHIESTE IRRAGIONEVOLI, MA LA DIPLOMAZIA NON SI FERMA”
Dalla sponda iraniana, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha confermato la fine del round negoziale, parlando di un clima di “sospetto e sfiducia” dopo 40 giorni di guerra. Teheran sostiene di aver raggiunto intese su diverse questioni, ma che il tavolo è saltato su “2-3 punti chiave”, incluse le nuove condizioni imposte dagli USA sulla navigabilità dello Stretto di Hormuz. “Nessuno si aspettava un accordo in una sola sessione”, ha minimizzato Baqaei, aggiungendo però che la diplomazia deve continuare il suo dovere “sia in tempo di guerra che di pace”.
IL DESTINO DELLA TREGUA E L’INCOGNITA HORMUZ
Il Pakistan, che ha mediato l’incontro, ha chiesto formalmente alle parti di mantenere il cessate il fuoco in vigore nonostante il mancato accordo, ma né Washington né Teheran hanno dato garanzie. La situazione resta critica su due fronti:
- Libano: I bombardamenti israeliani continuano, rendendo difficile per Teheran accettare un accordo che non includa Hezbollah.
- Crisi Energetica: Lo Stretto di Hormuz resta il punto di pressione globale. Se l’offerta USA verrà rifiutata, Trump ha già fatto intendere che le portaerei americane, cariche delle “migliori munizioni mai realizzate”, sono pronte a intervenire per forzare il blocco.
LA REPLICA DI TEHERAN: “RICHIESTE AMERICANE IRRAGIONEVOLI”
Di segno opposto la lettura del Ministero degli Esteri iraniano. Il portavoce Esmaeil Baqaei, pur cercando di mantenere aperto uno spiraglio diplomatico, ha scaricato la responsabilità del fallimento sulle pretese di Washington.
- Nessuna sorpresa: “Nessuno si aspettava un accordo in una sola sessione,” ha minimizzato Baqaei attraverso l’emittente IRIB, sottolineando come il clima di sfiducia richieda tempi più lunghi.
- La difesa degli interessi: Teheran sostiene di aver presentato “varie iniziative” e di aver negoziato intensamente, ma accusa gli Stati Uniti di aver avanzato “richieste irragionevoli” che hanno sbarrato la strada al progresso dei colloqui.
SCENARI FUTURI: DIPLOMAZIA O ESCALATION?
Nonostante il nulla di fatto, l’Iran si è detto fiducioso che i contatti con il Pakistan e gli altri mediatori regionali proseguiranno. Tuttavia, la partenza della delegazione americana con un “ultimatum in tasca” gela le speranze di una proroga immediata della tregua.
Il mondo guarda ora ai prossimi passi di Donald Trump: in assenza di un’accettazione dell’offerta “finale” da parte di Teheran, il rischio è che il conflitto, finora congelato per i colloqui, torni a divampare con rinnovata violenza, mettendo nuovamente a rischio la stabilità dello Stretto di Hormuz e la sicurezza globale.
L’Iran ha ora pochi giorni per rispondere all’ultimatum americano. In assenza di un segnale da Teheran, il conflitto iniziato il 28 febbraio rischia di scivolare verso una nuova, più violenta escalation.