Il conflitto in Iran entra nella sua fase più critica e imprevedibile. Donald Trump, attraverso un post infuocato su Truth, ha fatto scattare il conto alla rovescia finale: “Restano 48 ore prima che l’inferno si scateni su di loro”. L’ultimatum, che scadrà il 6 aprile, impone a Teheran una scelta radicale: firmare un accordo definitivo o riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz.
A far precipitare la situazione è stato l’abbattimento di un F-15E Americano, il primo jet perso dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Mentre il Pentagono tenta di minimizzare parlando di radar iraniani “annientati al 100%”, l’abbattimento del caccia dimostra che Teheran dispone di sistemi di difesa nazionale inaspettatamente efficaci, alimentando sospetti su un possibile supporto tecnologico e di intelligence da parte della Cina.
Una missione definita da Donald Trump come “una delle più audaci della storia americana” ha portato al recupero del secondo pilota dell’F-15E abbattuto nei cieli iraniani. Il Tycoon, dalla Situation Room, ha annunciato che l’aviatore è ferito ma fuori pericolo, aggiungendo un perentorio: “Non lasceremo mai indietro un guerriero americano”.
Tuttavia, il successo del salvataggio non ha allentato la tensione bellica, anzi. Trump ha ribadito su Truth che l’ultimatum lanciato il 26 marzo scade domani, 6 aprile: se Teheran non firmerà un accordo per la riapertura totale dello Stretto di Hormuz, “si scatenerà l’inferno”. La replica di Teheran non si è fatta attendere: “L’inferno sarà per voi, abbiamo pronta una sorpresa che vi farà annegare in una palude”.
DIPLOMAZIA SULL’ORLO DEL BARATRO Nonostante i toni da “giudizio universale” del Tycoon, i canali diplomatici non sono del tutto interrotti. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha smentito la chiusura totale ai negoziati, ringraziando il Pakistan per la mediazione a Islamabad, ma ponendo come condizione la fine della “guerra illegale” imposta dagli USA.
Nel frattempo, Washington aumenta la pressione interna espellendo la nipote e la pronipote del defunto generale Qasem Soleimani, revocando loro la residenza permanente in quanto “sostenitrici del regime”.