In un’intervista esplosiva rilasciata al Telegraph, Donald Trump ha annunciato di “considerare seriamente” l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta”. L’attacco del Presidente Usa segna il punto più basso nei rapporti transatlantici dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Al centro della furia del tycoon c’è il rifiuto dei partner europei di seguire Washington nel conflitto in Iran. “L’Ucraina non era un nostro problema, eppure ci siamo stati per loro. Ma ora che abbiamo bisogno, loro non ci sono per noi”, ha tuonato Trump, accusando gli alleati di ingratitudine e riluttanza militare.
L’EUROPA DIFENDE IL TRATTATO, RUTTE INVITA ALLA CALMA Le reazioni nel Vecchio Continente sono state immediate e durissime:
- Regno Unito: Il Premier Keir Starmer ha ribadito l’incrollabile impegno di Londra verso l’Alleanza, definendola “il pilastro della sicurezza globale”.
- Unione Europea: Da Bruxelles arriva una difesa corale del trattato, sottolineando che la stabilità mondiale non può dipendere dagli umori di un singolo leader.
- NATO: Il Segretario Generale Mark Rutte ha tentato di minimizzare lo scontro, predicando “calma” e derubricando le parole di Trump a “provocazioni” già viste in passato, pur ammettendo che il clima di tensione è senza precedenti.
IL VERTICE DI LONDRA SULLO STRETTO DI HORMUZ Mentre Trump minaccia lo strappo, il Regno Unito prova a prendere la guida della gestione della crisi energetica. Londra ha annunciato che ospiterà in settimana un vertice d’urgenza con circa 30 Paesi. L’obiettivo è creare una missione di sicurezza per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz, attualmente paralizzato dalle minacce iraniane e dai blocchi navali, nel tentativo di offrire una risposta multilaterale che non dipenda esclusivamente dal comando statunitense.
Sebbene la retorica della Casa Bianca si faccia sempre più stringente nei confronti degli alleati europei, Donald Trump non ha il potere legale di decidere unilateralmente l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO. A sbarrare la strada al Presidente è una legge del 2024, inserita nel National Defense Authorization Act (NDAA) e firmata da Joe Biden, nata proprio per prevenire un disimpegno improvviso di Washington dall’Alleanza Atlantica.
La norma, frutto di un accordo bipartisan tra i senatori Tim Kaine e Marco Rubio, stabilisce un protocollo rigidissimo: il Presidente non può ritirarsi da un trattato di tale portata senza l’autorizzazione di due terzi del Senato o un atto specifico del Congresso.
IL PROTOCOLLO DI USCITA E LE NOTIFICHE Secondo la sezione 1250A della legge, il Commander in Chief ha l’obbligo di:
- Consultarsi preventivamente con le Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato.
- Notificare formalmente la decisione con almeno 180 giorni di anticipo rispetto all’inizio del processo di recesso.
IL RISCHIO DI CRISI ISTITUZIONALE E IL RUOLO DELLA CORTE SUPREMA Nonostante i paletti legislativi, gli esperti costituzionalisti avvertono: Trump potrebbe tentare di aggirare il Congresso rivendicando l’autorità assoluta del Presidente in materia di politica estera. Un simile braccio di ferro trascinerebbe gli Stati Uniti in una crisi istituzionale senza precedenti, costringendo la Corte Suprema a intervenire.
Il paradosso giuridico è servito: la Costituzione americana specifica il potere del Presidente di negoziare i trattati, ma resta ambigua sulle procedure di recesso. Inoltre, storicamente, la Corte Suprema tende a considerare i conflitti tra poteri dello Stato come “questioni politiche” da risolvere nelle sedi istituzionali piuttosto che nelle aule di tribunale.
IL PARADOSSO DELL’ARTICOLO 13 Esiste infine un cortocircuito procedurale contenuto nello stesso Trattato Nord Atlantico. L’Articolo 13 prevede che la notifica di uscita debba essere trasmessa al governo degli Stati Uniti, che ha il compito di informare gli altri membri. Se Trump decidesse di procedere, Washington si troverebbe nella surreale posizione di dover notificare a se stessa la propria uscita dall’Alleanza.