Il giorno dopo il “disastro Sarajevo”, che ha sancito l’ufficiale esclusione dell’Italia dai Mondiali 2026 per mano della Bosnia, il terremoto si sposta dai campi di calcio ai palazzi della politica. Il Governo, per bocca del Ministro per lo Sport Andrea Abodi, ha aperto ufficialmente il “processo” alla gestione della FIGC, chiedendo senza mezzi termini un passo indietro al presidente Gabriele Gravina.
“Non si può far finta di nulla, il calcio italiano va rifondato”, ha dichiarato Abodi a margine del Premio Città Italiana dei Giovani. Il Ministro ha evocato i “sussulti di dignità” del passato, citando le dimissioni di Giancarlo Abete nel 2014 e di Carlo Tavecchio nel 2018, suggerendo che l’attuale vertice federale debba seguire la stessa strada di fronte alla terza assenza consecutiva dell’Italia dalla rassegna iridata.
L’IPOTESI COMMISSARIAMENTO Le parole del Ministro si sono spinte oltre la semplice critica politica, evocando lo spettro del commissariamento della Federazione. “Potrebbero esserci tutti i presupposti tecnici”, ha spiegato Abodi, confermando una “piena sintonia” con la Premier Giorgia Meloni e l’intera maggioranza di governo. Sebbene il Ministro abbia frenato sui nomi (circola con insistenza quello di Giovanni Malagò), ha ribadito che l’attenzione dell’esecutivo è massima: “C’è un’intera generazione di bambini che non ha mai visto l’Italia a un Mondiale. È un’esigenza improcrastinabile”.
La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali 2026, maturata dopo la sconfitta ai rigori contro la Bosnia, dunque, non è più solo un caso sportivo ma un terremoto politico che scuote i vertici dello Stato. Mentre il Paese metabolizza l’esclusione (la terza consecutiva), le istituzioni puntano il dito contro la gestione della FIGC, con il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che rompe gli indugi sui social con un attacco durissimo.
“In cuor nostro lo temevamo, anzi lo sapevamo”, ha scritto la seconda carica dello Stato, scagliandosi contro le scelte tecniche della serata (“incredibile mandare il più giovane a tirare il primo rigore”) e lanciando una stoccata ai vertici del calcio italiano: “Ridire ora come la pensiamo sarebbe inutile, ma a tutto c’è un limite”.
Alla Camera, la tensione è esplosa con la richiesta formale di un’informativa urgente al Ministro dello Sport, Andrea Abodi. Una richiesta che vede, paradossalmente, Fratelli d’Italia e Partito Democratico muoversi verso lo stesso obiettivo, seppur con sfumature diverse:
- Fratelli d’Italia: Il deputato Salvatore Caiata ha definito la mancata qualificazione una “tristissima realtà”, attaccando frontalmente il presidente della FIGC, Gabriele Gravina. Caiata ha ricordato come nel 2017 fu proprio Gravina a chiedere le dimissioni di Tavecchio, accusandolo oggi di incoerenza: “È il primo e unico responsabile. Basta con chi resta attaccato alla poltrona privando intere generazioni di un sogno”.
- Partito Democratico: Mauro Berruto ha chiesto che Abodi riferisca in Aula non tanto per invocare teste, quanto per analizzare “l’abisso morale, tecnico e agonistico” degli ultimi 12 anni. Secondo l’esponente dem, le dimissioni di Gravina dovrebbero essere un “atto di dignità istituzionale” spontaneo, ma è necessario discutere i correttivi per invertire la tendenza.
Più cauta la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS). Marco Grimaldi, pur riconoscendo la necessità di una “rivoluzione generale”, ha messo in guardia dal trasformare il caso sportivo in una manovra di distrazione politica: “Convocate pure Abodi e chiedete la testa di Gravina, ma non usatelo per assolvervi dalle vostre responsabilità o per coprire i casi Delmastro e Santanchè. Servono leggi per restituire dignità al calcio, non solo colpevoli”.