A meno di due settimane dal voto sulla riforma della giustizia, lo scontro tra Palazzo Chigi e la magistratura raggiunge il punto di massima tensione. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è scesa in campo con un’intervista durissima a Fuori dal Coro, accusando una parte delle toghe di condurre una “battaglia politica” attraverso “interpretazioni surreali delle norme” per bloccare l’azione dell’esecutivo, specialmente sul fronte immigrazione.
La Premier ha puntato il dito contro il sistema delle correnti del CSM, definendole “centri di potere ideologizzati” che condizionano le carriere. “A me i cittadini possono cacciare tra un anno se sbaglio, ma certi magistrati non pagano mai”, ha incalzato Meloni, citando il recente caso del mancato trattenimento in Albania di un immigrato accusato di pedofilia.
Secondo la Premier, il referendum del 22 e 23 marzo è “l’unica occasione per i cittadini per dare un segnale a questa magistratura”. Meloni ha poi confermato la sua presenza sul palco di Milano il 12 marzo per lo sprint finale, slegando però l’esito del voto dalla tenuta del Governo: “Votare No per dare un segnale a me è inutile, io rispondo del mio operato alle elezioni”.
In un clima già rovente, è arrivata la discesa in campo di Marina Berlusconi. La presidente di Fininvest ha scelto le pagine di Repubblica per una lettera aperta in cui invita a votare Sì, chiedendo però di superare le “gabbie ideologiche”.
“La giustizia deve essere un patrimonio comune, non una logora bandiera identitaria”, ha scritto l’imprenditrice, precisando che un’eventuale vittoria del Sì non sarebbe una “rivincita postuma” del padre Silvio, ma una vittoria di tutti gli italiani. Un intervento, il suo, letto come un tentativo di de-polarizzare il dibattito e richiamare al voto anche l’elettorato moderato.
Le parole della Premier hanno scatenato l’ira delle opposizioni. Dal PD al M5S, il coro è unanime: “È la fiera dell’arroganza al potere, un attacco senza precedenti all’indipendenza della magistratura”.
Parallelamente, scoppia il caso mediatico-giudiziario tra il rettore Tomaso Montanari e il Presidente del Senato Ignazio La Russa. Montanari ha definito “banditi” gli esponenti del governo che “manomettono la Costituzione”, scatenando la reazione furiosa della seconda carica dello Stato, che ha minacciato querela. “È grave che una carica istituzionale minacci un cittadino per la sua opinione”, è stata la controreplica dell’accademico.