Sinistra italiana nasce, ma perde pezzi. Dialoga con la parte del Pd che è sull’orlo della scissione, ma di fatto ha dentro – e apparentemente sulla via dell’uscita – un partito nel partito che guarda proprio a quanti stanno per lasciare il partito di Matteo Renzi. Il capogruppo Arturo Scotto taglia i ponti con la sua comunità: “Sono venuto a rendere conto”, spiega, ma chiede di non costruire un nuovo partito ma di tuffarsi nel gorgo del nuovo centrosinistra figlio della scomposizione del Pd. “Servono ponti, non una nuova isola”, dice. E ai cronisti conferma: “Da domani lavoro a un nuovo progetto politico, più largo”.
A nulla serve la reprimenda di un dirigente storico come Sergio Cofferati, che in mattinata, dal podio del congresso fondativo di Rimini, denuncia il “fastidio” per “una discussione nella quale il merito non esiste mai”. Parla di reddito minimo, di articolo 18, di Fiscal compact: “Di questo voglio parlare, non di liste elettorali! Non mi interessano”, conclude sferzante. Registrato l’addio di Scotto, Alfredo D’Attorre con un gruppo di delegati e di parlamentari prepara un ordine del giorno nel quale propone il rovesciamento, in sostanza, della linea del congresso, e impegnerebbe, se approvato, Si alla costruzione di una costituente di sinistra con Massimo D’Alema e il Campo progressista di Pisapia. D’Attorre non lascia, per ora, ma la partecipazione alla riaggregazione possibile alla sinistra del partito di Renzi è evidentemente una pregiudiziale, per una parte minoritaria di Si ma piuttosto robusta nel gruppo parlamentare: che rischia di non avere più i numeri alla Camera per restare come gruppo autonomo, sulla carta.
Ma la linea “autonomista” resta maggioritaria in Sinistra italiana. La conferma l’erede designato di Nichi Vendola, Nicola Fratoianni, che irride Pisapia che ha definito “tragedia” una possibile scissione del Pd: “Tragedia è la disoccupazione giovanile al 40%”, dice. E rifiuta la proposta di una “unità per vincere”. Bisogna decidere “per fare cosa”, avverte. Ma a Rimini è comunque la giornata delle emozioni, suscitate da un lungo messaggio scritto di Rossana Rossanda, che invita i congressisti a non concentrarsi troppo sul quotidiano, a non lasciarsi alle spalle la storia del 900, “un secolo di elaborazione teorica, di lotte, di vite insomma, rispetto alle quali mi pare eccessivamente disinvolto passare senza soffermarsi”. Quando dal palco terminano la lettura, il pianista che normalmente, in stile Podemos, ha il compito di segnalare garbatamente il superamento dei tempi degli interventi, suona con una certa enfasi l’Internazionale. Parte il coro, commozione, standing ovation interminabile.
E’ anche la giornata dello show di Michele Emiliano, reduce dall’assemblea romana degli anti-Renzi del Pd, che al congresso di Si punta sulla mozione degli affetti, si racconta alla platea, con un pizzico di furbizia da politico consumato, come una sorta di “creatura” di Nichi Vendola e addirittura chiude l’intervento con una dedica al figlio del suo predecessore alla guida della Regione Puglia: “Spero che dirai a Tobia che anche se te ne ho fatte di tutti i colori, sono zio Michele”. Emiliano attacca ancora Renzi e la sinistra che “pensa di poter mantenere ruolo di governo attraverso la scimmiottatura delle idee della destra” e propone un “governo di centrosinistra che realmente riprenda il cammino interrotto qualche anno fa”. Si affaccia Laura Boldrini, e rilancia l’appello al “dialogo fra le anime della sinistra” e l’allarme per il rischio della “scissione delle persone dalla politica”. Ma le scissioni, a sinistra, restano all’ordine del giorno.