Dai media Usa si apprende che Nora Salman, la moglie del killer di Orlando, tento’ di dissuaderlo dal compiere l’attacco al Pulse club sabato scorso. La coppia “sorveglio’ il locale tra il 5 e il 9 giugno”, pochi giorni prima del massacro. E la donna avrebbe accompagnato il marito anche a comprare il fucile semiautomatico AR-15 con cui l’uomo ha fatto strage.
Nora Salman, moglie del killer di Orlando Omar Mateen, avrebbe cercato di persuadere il marito a non compiere l’attacco nel club Pulse sabato scorso, prima che l’uomo uscisse di casa per effettuare il massacro. Lo rivela il Washington Post citando una fonte dell’Fbi. La coppia inoltre ‘sorvegliò’ il locale tra il 5 e il 9 giugno. Le armi, secondo quanto rivela l’Fbi, sarebbero state acquistate nei primi di giugno.
Rintanato, tra morti e feriti, nel locale in cui aveva fatto irruzione, Omar Mateen ha minacciato di legare dell’esplosivo agli ostaggi, lasciando la polizia nel timore di possibili trappole esplosive anche dopo la morte dell’assalitore, da ore chiuso nel club di Orlando, negli Stati Uniti, frequentato dalla comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). Nessun esplosivo è poi stato trovato, ma il solo sospetto ha costretto le forze speciali ad aspettare un “tempo significativo” prima di entrare con un raid per liberare i sopravvissuti e uccidere Mateen. A raccontare nuovi dettagli sulla notte tra sabato e domenica è stato il sindaco di Orlando, Buddy Dyer. Gli inquirenti, nel frattempo, stanno cercando di capire le reali motivazioni dell’uomo e la pianificazione dell’attacco, che ha provocato il più alto numero di vittime in una sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti, al momento 49 (sei feriti sono in condizioni critiche). In assenza di un manifesto scritto o di un videomessaggio da parte dell’assalitore, 29 anni, nato a New York da genitori afgani, gli inquirenti stanno cercando degli indizi tra i sopravvissuti e tra le persone che lo avevano frequentato; particolare attenzione è ora rivolta alla moglie, che potrebbe essere stata a conoscenza dei piani del marito, a lungo assecondati, fino a un presunto tentativo di fermarlo, secondo le informazioni che stanno emergendo.
Noor Zahi Salman, una donna di 30 anni di origini palestinesi, non è stata arrestata, ma sta emergendo come una possibile figura fondamentale per capire le motivazioni di Mateen, guardia giurata che sognava di diventare poliziotto, amante della palestra, impacciato nelle relazioni sociali e, forse, omosessuale represso. Attente ricerche sono in corso anche sul padre dell’assassino, Seddique Mateen, personaggio noto della comunità afgana negli Stati Uniti, che ha raccontato di aver visto il figlio il giorno prima della strage, quando non aveva notato in lui alcun cambiamento. Qualche indizio utile potrebbe arrivare dai sopravvissuti; secondo una persona che era vicino a lui, nel locale, Mateen avrebbe giustificato l’attacco con la volontà di “fermare gli americani, che stanno bombardando il mio Paese”, secondo il racconto del Washington Post; il testimone ha poi ascoltato la telefonata di Mateen al 911, in cui ha giurato fedeltà allo Stato islamico. L’Fbi, però, dovrà rispondere anche delle critiche per non aver fermato Mateen, visto che quello di Orlando è stato il terzo attacco, dopo quelli alla maratona di Boston e a una mostra di Garland, compiuto da una persona interrogata in precedenza dal Federal Bureau, che lo aveva messo sotto sorveglianza perché sospettato di radicalizzazione e legami con estremisti.