L’immagine simbolo è l’albero di Natale di Place du Luxembourg abbattuto e dato alle fiamme tra i fumi dei lacrimogeni. La rivolta dei trattori ha centrato l’obiettivo: la firma del trattato commerciale tra UE e i paesi del Sud America (Mercosur), prevista per sabato 20 dicembre, è stata ufficialmente rinviata a gennaio.
A far saltare il banco è stata l’inedita asse tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. Se la Francia ha guidato la barricata ideologica chiedendo “clausole di reciprocità” per i propri agricoltori, l’Italia ha giocato il ruolo del “freno prudente”. In una telefonata carica di tensione, la Premier ha spiegato al leader brasiliano Lula di non essere contraria al patto, ma di aver bisogno di tempo per inserire garanzie che tutelino il settore agricolo nazionale, attualmente sotto pressione.
Mentre dentro i palazzi Ursula von der Leyen cercava di salvare 26 anni di negoziati per rispondere alla minaccia dei dazi di Donald Trump, fuori la polizia belga rispondeva con idranti e cariche al lancio di sassi e petardi di oltre ottomila manifestanti. La partita si sposta ora al 20 gennaio, quando la presidenza del blocco sudamericano passerà dal Brasile al Paraguay.
Il rinvio a gennaio della firma UE-Mercosur rappresenta un colpo durissimo alla strategia di diversificazione dei mercati della Commissione Europea. Nonostante il via libera dell’Europarlamento, la resistenza di Italia e Francia evidenzia una spaccatura profonda tra la visione della Commissione – che vede nel Mercosur uno scudo contro l’isolazionismo americano – e le necessità delle filiere agroalimentari europee.
Il nodo centrale resta la reciprocità. Coldiretti, Confagricoltura e i sindacati francesi denunciano un rischio di concorrenza sleale: l’arrivo massiccio di carni e prodotti agricoli sudamericani che non rispettano gli standard ambientali e sanitari imposti dalla PAC (Politica Agricola Comune) ai produttori europei.
Palazzo Chigi ha scelto la linea della “mediazione armata”: non un “no” definitivo, che isolerebbe l’Italia da partner come Germania e Spagna, ma una richiesta di tempo (da una settimana a un mese) per negoziare clausole di salvaguardia più robuste. La finestra di gennaio è l’ultima chiamata: fallire il prossimo mese significherebbe, con ogni probabilità, veder naufragare definitivamente il più grande accordo commerciale mai tentato dall’Unione.