Non c’è pace per il Decreto Legge Sicurezza. Dopo la sofferta maratona al Senato e la protesta dei sovranisti a Milano (che hanno rilanciato la “Remigrazione” e l’anti-islamizzazione), il provvedimento blindato dal Governo Meloni si scontra ora con il Consiglio Nazionale Forense (CNF). La massima rappresentanza istituzionale degli avvocati italiani si è dissociata drasticamente dalla norma sui rimpatri dei migranti, definendola estranea alle proprie competenze e chiedendone la cancellazione immediata.
LA NORMA DELLA DISCORDIA: 615 EURO PER IL RIMPATRIO
Al centro dello scontro c’è l’Articolo 30 bis, frutto di un emendamento di maggioranza approvato a Palazzo Madama. La norma introduce un contributo di 615 euro destinato agli avvocati che seguono le pratiche dei rimpatri volontari assistiti.
- Incentivo al Risultato: Il pagamento è vincolato al successo dell’operazione: i soldi vengono concessi solo se i migranti tornano effettivamente nel proprio Paese d’origine.
- Coinvolgimento del CNF: Il testo prevede il coinvolgimento esplicito del Consiglio Nazionale Forense nella collaborazione ai programmi di rimpatrio del Viminale e nella gestione dei contributi economici.
LA REPLICA SECCA DEL CNF: “MAI INFORMATI, CANCELLATECI”
Chiamato in causa dalle opposizioni, il Consiglio Nazionale Forense ha reagito con una nota durissima, smentendo qualsiasi contatto con il Governo:
- Mancata Consultazione: Il CNF afferma di non essere mai stato informato della norma “né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”.
- Fuori Competenza: Categorica la richiesta al Parlamento: “intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
- Mobilitazione: L’Organismo Congressuale Forense, sindacato degli avvocati, ha già lanciato la mobilitazione contro il provvedimento.
LA BATTAGLIA ALLA CAMERA: 1.231 EMENDAMENTI E FIDUCIA
Il Decreto Sicurezza deve essere convertito in legge entro il 25 aprile, pena la decadenza. L’iter alla Camera si preannuncia infuocato:
- Il Muro delle Opposizioni: Sono stati presentati ben 1.231 emendamenti (record per AVS con 590, seguito da PD con 351 e M5S con 245).
- La Blindatura del Governo: Per evitare l’ostruzionismo e accelerare i tempi, l’esecutivo porrà la questione di fiducia sul testo blindato al Senato. L’obiettivo è chiudere definitivamente la partita entro giovedì.
LE CRITICHE POLITICHE: “UNA TAGLIA TIPO SELVAGGIO WEST”
Le opposizioni, che già bollavano il decreto come “liberticida” per le norme sui cortei e lo scudo agenti, hanno alzato i toni sull’Articolo 30 bis:
- Debora Serracchiani (PD): “È un incentivo ai legali per la remigrazione dei loro assistiti”.
- Riccardo Magi (+Europa): Paragona la norma a “una taglia, tipo selvaggio West” e “totalmente incostituzionale”, temendo che l’Italia sia “a un passo dall’Ice di Trump”. Magi ha scritto al Presidente Mattarella chiedendo un incontro urgente su temi “delicatissimi che toccano libertà personali e diritti fondamentali”.
- Valentina D’Orso (M5S): “Così si alletta l’avvocato, suscitando un interesse economico personale al rimpatrio del migrante. Una norma che calpesta i diritti e getta discredito sull’avvocatura”.
IL PUNTO: LO SCONTRO DEMOCRATICO SULLE REGOLE
La dissociazione del Consiglio Nazionale Forense è un colpo durissimo per la credibilità tecnica del Decreto Sicurezza. Il Governo Meloni, stretto tra la necessità di dare risposte identitarie alla propria base (come visto a Milano) e la fretta della scadenza, ha introdotto una norma che tocca l’indipendenza della professione forense. La battaglia alla Camera non sarà solo sui contenuti, ma sul ruolo stesso del Parlamento e delle istituzioni di garanzia di fronte alla decretazione d’urgenza.