Una volta archiviato il voto referendario sull’autonomia, con qualche ombra in Lombardia per il flop del voto elettronico, Roberto Maroni e Luca Zaia passano dalla parole ai fatti con l’obiettivo di avviare il negoziato già nel giro di un mese con il governo. Il primo con una risoluzione che sarà presentata oggi in Consiglio regionale, il secondo, forte di un mandato popolare più pesante, con una proposta di legge statale da trasmettere al Parlamento, già approvata in prima lettura dalla giunta regionale, che prevede però anche una richiesta di Statuto speciale per la sua regione e l’idea di trattenere a livello locale i nove decimi delle tasse. Due novità, che imporrebbero modifiche della Costituzione, bollate però come “provocazioni irricevibili” dal sottosegretario con delega agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa.
Da Milano Maroni ha fatto sapere che il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, gli ha assicurato la propria disponibilità a “un confronto su tutte le materie” previste dagli articoli 116 e 117 della Carta. Il ruolo dello sherpa spetta per ora allo stesso Bressa, ma poi verrà il momento di parlare di soldi e inevitabilmente in campo scenderà il ministero dell’Economia. Sarà “un osso durissimo”, prevede Maroni, per il quale è però già “una buona notizia” che il presidente del Consiglio, parlando con lui di coordinamento del sistema tributario, abbia accennato alla necessità di un coinvolgimento Mef. Ma la mossa di Zaia spiazza il governatore della Lombardia. A Repubblica Maroni dice: ‘La mossa non era concordata. Ora c’è un problema interno alla Lega. E un altro con il governo. Speravo di fare una battaglia comune. Al contrario di quello di Zaia la mia richiesta referendaria faceva esplicito riferimento all’articolo 116, il che ora mi impedisce di chiedere lo statuto speciale. Ecco perché mi ha spiazzato’.
Con le elezioni politiche in vista, è inevitabile che la partita sia giocata fino in fondo dal prossimo inquilino di Palazzo Chigi. “Ora comincia una fase nuova e credo che toccherà a noi, quando torneremo alla guida del Paese dopo le elezioni, dare compiuta attuazione a una riforma che potrà riguardare tutte le regioni italiane”, ha detto in proposito il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che si è detto “soddisfatto per il risultato dei referendum della Lombardia e del Veneto, che abbiamo sostenuto con convinzione e con l’impegno attivo”.
Chi invece, con alcune eccezioni, non ha certo spinto le due consultazioni gemelle è il Pd che, con il segretario Matteo Renzi, cerca di correggere il tiro. I referendum, a suo parere, dimostrano “che il tema centrale per la politica italiana è la riduzione delle tasse” e il risultato delle urne “non va minimizzato” perché “la sostanza è che tanta gente, soprattutto in Veneto, ha votato per dare un messaggio”. Per l’ex premier veneti e lombardi chiedono con questo voto “più autonomia e più efficienza, maggiore equità fiscale, lotta agli sprechi a livello centrale e periferico”.
Quanto al M5s, che ha sostenuto le consultazioni nei due Consigli regionali ma poco o niente nelle piazze, sul blog di Beppe Grillo si evidenzia che i cittadini di Lombardia e Veneto “non possono rimanere inascoltati. Nel quadro dell’unità nazionale, che non è in discussione”. La vittoria, per i pentastellati, è dei veneti e dei lombardi che hanno “votato e capito questi referendum storici”, non certo “della Lega Nord e dei partiti”.