‘La prossima volta potrei non essere io. Magari potrebbe toccare ancora a Gentiloni o a Delrio’. Lo dice in un colloquio con il Corriere della Sera il segretario del Pd Matteo Renzi, che ipotizza di non essere il prossimo candidato premier dei Dem. Quanto al voto, ‘il punto e’ se a giugno o a febbraio del 2018. Se si celebra il congresso, si va all’anno prossimo. Altrimenti, si fanno le primarie’. Poi ammette: ‘Le elezioni non possono essere il secondo tempo dopo il referendum. Io ho avuto la possibilita’ di tirare un calcio di rigore il 4 dicembre. Me l’hanno parato. Anzi, 41 a 59 significa che l’ho tirato male, malissimo. Ora e’ cominciata una fase politica diversa’.
Ok alle primarie, ascolto dei leader Pd, discussione aperta persino sulla candidatura a palazzo Chigi: Matteo Renzi prova a sparigliare, quel messaggio – “Mi avete stufato, mollo tutto” – arrivato su molti telefonini Pd l’altro giorno, dopo le polemiche per la frase sui vitalizi, racconta bene la situazione nel partito. Il segretario continua a ragionare sulle elezioni a giugno e, per ottenere il risultato, prova a mettere sul tavolo argomenti pesanti per convincere sia l’ala bersaniana, tentata dalla scissione, sia – soprattutto – la maggioranza che lo ha sostenuto fin qui, a cominciare da Dario Franceschini e Andrea Orlando. Ma il fronte che lavora per evitare accelerazioni e strappi è sempre più attivo, proprio Franceschini prende l’iniziativa di aprire al premio di coalizione, una mossa non proprio in linea con il pensiero renziano sul punto, come si capisce anche dal no di Matteo Orfini. Il premier, infatti, sembra convinto che difficilmente si arriverà ad un accordo per la modifica della legge elettorale, Renzi sa che praticamente tutti gli altri partiti in Parlamento preferiscono, nei fatti, non accelerare verso il voto. D’altro canto, molti scommettono sul fatto che le motivazioni della Consulta per la sentenza sull’Italicum conterranno una calda esortazione al Parlamento a intervenire sulla materia. Per questo Renzi ha in mente un percorso che preveda interventi minimi, da sottoporre alle altre forze politiche per testare la reale volontà di ritoccare la legge. La proposta di Franceschini, in questo senso, complica il percorso perché significa non solo estendere l’Italicum corretto anche al Senato ma prevede anche un ritocco della normativa della Camera. Una proposta che potrebbe far saltare la road-map che Renzi aveva immaginato. Forse anche per questo il leader, da Firenze, reagisce poco entusiasta, spiegando di non voler parlare di legge elettorale. Il fatto è che nei giorni scorsi sono stati in molti, da Delrio a Orlando, fino appunto a Franceschini, a suggerire cautela al segretario Pd. L’ipotesi di una scissione fa paura a molti e, comunque, viene usata per convincerlo a frenare rispetto all’idea di andare a elezioni anticipate contro tutto e contro tutti. Anche perché, gli è stato fatto notare da molti, con un sistema proporzionale e un Parlamento senza maggioranza non si può avere alcuna garanzia neanche sulla poltrona di palazzo Chigi per il dopo-elezioni. Carlo Calenda viene già indicato come “ottimo premier di larghe intese” dai bersaniani e anche per questo Renzi rilancia facendo sapere che il prossimo giro potrebbe toccare ancora aGentiloni o allo stesso Franceschini. Alla fine, è Gianni Cuperlo a offrire la fotografia della situazione: “Renzi ha diviso il Paese, bisogna costruire un’alternativa alla stagione degli ultimi 3 anni”. Il segretario Pd è convinto che più passa il tempo, più “l’alternativa” diventerà una possibilità concreta. Ma lo spazio per accelerare verso il voto sembra sempre più stretto e il rischio per Renzi che la finestra si chiuda del tutto, con l’avvio di un dialogo sulla legge elettorale, è concreto.