Milano è nel ciclone di una maxi-inchiesta sulla gestione dell’urbanistica che sta scuotendo le fondamenta del comune e innescando un vero e proprio terremoto politico a livello nazionale. Il sindaco Giuseppe Sala è finito al centro della bufera dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati, insieme ad altre 73 persone, in un’indagine che vede accuse pesantissime, dalla corruzione al falso, dall’abuso edilizio alla lottizzazione abusiva fino all’induzione indebita.
L’inchiesta ha già portato a sei richieste di arresto, che coinvolgono nomi eccellenti, ampliando la portata di uno scandalo che minaccia di travolgere il mondo dell’edilizia e della politica milanese.
Nonostante il clamore, il Partito Democratico di Milano ha ribadito il suo “continuo sostegno al lavoro di Sala e della Giunta”, con la segretaria nazionale Elly Schlein che ha espresso “solidarietà e vicinanza” al sindaco. Una posizione che cozza apertamente con le richieste di dimissioni avanzate dalla Lega e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha definito la giunta milanese “inadeguata”. Più garantista il governatore lombardo Attilio Fontana, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha lanciato un’accusa pesante, sostenendo che “a Milano le toghe vogliono sostituire il legislatore”.
La vicenda milanese ha riacceso le tensioni tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che si trovano ora su posizioni diametralmente opposte. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur non direttamente coinvolta nel merito dell’inchiesta, ha colto l’occasione per ribadire la sua posizione “garantista”, spiegando di non essere “mai stata convinta che un avviso di garanzia porti l’automatismo delle dimissioni”.
A riprova della spaccatura interna alla maggioranza, l’affondo dei Cinque Stelle contro Sala e contro lo stesso PD ha provocato un “confronto franco” a Palazzo Madama. La senatrice Elena Sironi del M5S, intervenuta in aula, ha chiesto la caduta di alcune “teste”, inclusa quella di Sala, e ha rincarato la dose accusando la politica, e in particolare l’inciucio tra destra e PD, di aver approvato il “salva-Milano”, una norma “assolutamente illegittima e incostituzionale” che il M5S, in nome della legalità, è riuscito a fermare.
Le parole della Sironi fanno eco a quelle di Giuseppe Conte che già aveva invitato “chi ha la responsabilità politica” a “trarre le conseguenze” dall’inchiesta. Anche l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino (M5S), parlando ad Agorà, ha dichiarato che da Milano “emerge un quadro inquietante ed è doveroso un passo di lato di Sala”, attaccando anche “la destra” per aver votato il “salva-Milano” insieme al PD.
Mentre il PD al Nazareno ha mantenuto un profilo basso sulla questione, evitando commenti ufficiali, in Parlamento i toni si sono alzati lontano dalle telecamere. Un acceso “faccia a faccia” ha coinvolto Simona Malpezzi e Sandra Zampa per il PD, e Stefano Patuanelli per il M5S. La Malpezzi ha rimproverato la Sironi, sottolineando come tra alleati non si possa dare del “delinquente”, e ha ribadito il concetto di “non accettabilità” di tali accuse. La Zampa, dal canto suo, ha affrontato Patuanelli, ricordando come l’Appendino stessa sia stata condannata in primo grado (per omicidio colposo) senza che il PD si sognasse di attaccarla.
Patuanelli, tuttavia, ha tenuto il punto, sostenendo che gli alleati dovrebbero essere loro a chiedere le dimissioni di Sala, e ha evidenziato la differenza tra i casi: la Appendino condannata per un reato legato all’esercizio delle sue funzioni, mentre a Milano si parla di corruzione. Nonostante lo scontro, molti esponenti del PD hanno espresso solidarietà a Sala, tra cui Alessandro Alfieri, Filippo Sensi, Gianni Cuperlo, Lia Quartapelle, Walter Verini e la stessa Sandra Zampa.
L’inchiesta su Milano promette di tenere banco per le prossime settimane, con ripercussioni che potrebbero andare ben oltre i confini del capoluogo lombardo. La questione delle dimissioni in caso di avviso di garanzia resta un nodo cruciale nel dibattito politico italiano, dividendo non solo maggioranza e opposizione, ma anche gli alleati di governo.