Un italiano convertito all’islam e la moglie residenti nel Napoletano sono tra i 4 fermati in un’indagine su un traffico di ARMI destinate a Libia e Iran.
Una holding delle armi, un comitato d’affari, lo definiscono i finanzieri di Venezia che hanno condotto le indagini coordinate dalla Dda di Napoli, quello messo su dai quattro fermati, un commercio di armi da guerra e di materiali dual use – che ugualmente devono essere autorizzati dal Mise per la vendita a Paesi sotto embargo – come eliambulanze, che con poche modifiche sono state trasformate in elicotteri militari. Lo scopo, secondo gli investigatori del nucleo polizia tributaria della guardia di finanza di Venezia, era quello di arricchirsi commerciando armi con Paesi sotto embargo, non il perseguimento di un obiettivo politico o frutto di un’adesione al terrorismo internazionale.
La coppia di San Giorgio a Cremano, in particolare, da almeno dieci anni frequentava Paesi come l’Iran, testimonianza una foto di Annamaria Fontana ad un ricevimento a cui era presente anche l’ex premier Ahmadinejad, e intratteneva rapporti con alti funzionari in Iran e Libia. Si proclamano convertiti all’Islam tanto che lui, Mario Di Leva, si fa chiamare Jaafar, ma agli investigatori della Gdf veneziana non risultano elementi di radicalizzazione, né contatti diretti con cellule Isis. Non si può escludere quindi neanche che l’adesione all’Islam sia una convenienza per facilitare contatti e affari. Sono comunque ancora in corso le indagini e le ricerche del cittadino libico sfuggito al fermo.
Agli atti delle indagini risultano anche una serie di messaggi Whatsapp tra Di Leva e la moglie, scambiati la sera del 22 luglio 2015, argomento il rapimento dei quattro tecnici italiani in Libia e Annamaria Fontana scrive “ce lo hanno proprio quelli dove noi siamo andati”. L’indagine dei finanzieri di Venezia è partita nel 2011: lo Scico, il Servizio centrale investogativo criminalità organizzata su input della Dda partenopea, agli atti di un’indagine infatti risulta che un soggetto ritenuto vicino alla cosiddetta mala del Brenta contatta un imprenditore F. C., ritenuto dagli investigatori vicino al clan dei Casalesi, e gli chiede di trovargli persone capaci di addestrare un gruppo di mercenari somali alla guerriglia. Le indagini tecniche e le intercettazioni hanno portato all’operazione, battezzata Italian job.
Avevano avuto contatti con gli autori del sequestro di quattro italiani in Libia e, probabilmente svolsero anche un ruolo nelle trattative per il rilascio. Ne’ si esclude che abbiano mediato il pagamento di un riscatto. E’ quanto ipotizzano i magistrati della Dda di Napoli sulla base di alcuni messaggi che si scambiarono Mario Di Leva e la moglie Annamaria Fontana – i coniugi di San Giorgio a Cremano (Napoli) convertiti all’Islam e fermati con l’accusa di un traffico di Armi con la Libia e l’Iran – qualche giorno dopo il rapimento, avvenuto nel luglio 2015, di Fausto Piano, Salvatore Failla, Gino Pollicandro e Filippo Calcagno che lavoravano nel compound dell’Eni presso alcuni impianti di Mellitah in Libia, zona sotto il controllo di milizie islamiste. Una vicenda dal tragico epilogo: Piano e Failla furono uccisi il 2 marzo 2016 in un conflitto a fuoco mentre venivano trasferiti in un altro nascondiglio; il 4 marzo i due ostaggi sopravvissuti riuscirono invece a fuggire dal luogo di prigionia.
A far ritenere che i coniugi conoscessero i rapitori, o almeno avessero avuto contatti con qualcuno di loro poco prima del sequestro, sono alcune frasi che i due si scambiano la sera del 22 luglio 2015. Mario Di Leva: ”Hey hanno rapito quattro italiani in Libia”. Annamaria Fontana: “Gia’ fatto, notizia vecchia, gia’ sto in contatto”. Annamaria: “Ce li hanno proprio quelli dove noi siamo andati, gia’ sto facendo, gia’ sto operando con molta tranquillita’ e molta cautela”. I pm della Direzione distrettuale antimafia Catello Maresca e Maurizio Giordano non escludono “una loro possibile attivita’ nel complicato meccanismo di liberazione che solitamente avviene tramite il pagamento di riscatti o la mediazione con altri affari ritenuti di interesse dai miliziani”. Gli inquirenti hanno documentato – soprattutto in seguito al sequestro di materiale informatico – una serie di viaggi dei coniugi Di Leva in paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Significative per il livello di rapporti che erano in grado di intrecciare sono ritenute le foto di un soggiorno in Iran in cui compaiono accanto all’ex premier iraniano Ahmadinejad durante un ricevimento.