Le forze libiche di Zintan, alleate del generale Khalifa Haftar, hanno reso noto di aver catturato il tunisino Moez Ben Abdulgader Ben Ahmed Al Fezzani, conosciuto anche come Abu Nassim, considerato uno dei reclutatori di jihadisti in Italia. Lo riporta il Libya Herald. Gia’ arrestato dagli americani, processato a Milano, espulso e tornato in Libia, stava scappando da Sirte e cercava di raggiungere la Tunisia, quando sarebbe stato catturato assieme ad altri 20 esponenti dell’Isis. Latitante per l’Italia, deve scontare 6 anni. Il ministro dell’Interno Alfano annuncia intanto che e’ stato espulso un tunisino di 35 anni, condannato nel 2015 per legami con il terrorismo internazionale, ma scarcerato il 2 agosto in seguito a una sentenza della Cassazione.
E’ stato catturato in Libia Moez Ben Abdulgader Ben Ahmed Al Fezzani, ex reclutatore di Al Quaeda a Milano oggi membro di spicco in Libia. A dare la notizia è il quotidiano ‘Libya Herald’, che racconta che Al Fezzani è stato fermato alcuni giorni fa insieme ad altri 20 sostenitori del Califfato tra le città di Rigdaleen e Al-Jmai, nella Libia occidentale. Il terrorista aveva lasciato Sirte e stava cercando di andare in Tunisia. Fezzani, noto anche come Abu Nassim, è balzato in cima alla lista dei terroristi più ricercati della Tunisia lo scorso febbraio. E’ ritenuto responsabile del tentativo dell’Isis, lo scorso marzo, di prendere il controllo della città meridionale tunisina di Ben Guerdane, in cui sono morte 58 persone, 45 militanti e 13 membri delle forze di sicurezza.
“Moez Fezzani? In tutti questi anni, abbiamo cercato di non perderlo mai di vista”. Bastano queste parole, pronunciate da un importante inquirente dell’antiterrorismo milanese, per rendersi conto dello “spessore” terroristico Moez Ben Abdulgader Ben Ahmed Al Fezzani, il tunisino considerato uno dei reclutatori dell’Isis in Italia arrestato nei giorni scorsi dalle forze libiche di Zintan dopo la liberazione di Sirte. Fezzani, noto anche come Abu Nassim, è una vecchia conoscenza degli inquirenti milanesi. Arriva in Italia negli anni Ottanta e cerca di sbarcare il lunario lavorando come bracciate nei campi e come muratore nei cantieri edili. A Bolzano, dove per un certo periodo vive insieme Al fratello, viene sorpreso mentre spaccia hashish. Ma è a Milano, dove frequenta il centro islamico di Viale Jenner e la moschea di Via Quaranta, che abbraccia la causa dell’Islam radicale. Soggiorna in un appartamento popolare in Via Paravia, in zona San Siro, ribattezzato “la casa dei tunisini” insieme a Sassi Lassaad, altro terrorista morto a Tunisi nel 2006 mentre capeggiava una rivolta contro il governo, occupandosi di reclutare mujaheddin da spedire nelle zone dell’Afghanistan controllate da Al Qaeda e in altre zone di guerra. Così, a fine anni Novanta, il suo nome compare nelle carte di un’inchiesta condotta dal pm Elio Ramondini. Per il suo arresto, però, bisogna aspettare il 2007. Il magistrato gli contesta il reato di associazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche. Al momento del mandato d’arresto, però, Fezzani non è in Italia. Ha lasciato il Paese già 10 anni prima, si è trasferito in Pakistan dove – dopo un breve periodo di detenzione legato a problemi di visto del passaporto – mette su famiglia e accoglie i combattenti tunisini in arrivo dall’Italia organizzando il loro trasferimento sul fronte di guerra afghano. E’ lo stesso gip Guido Salvini a sottolinearlo nell’ordinanza di custodia cautelare del 2007. Fezzani, scrive il giudice, era “il capo dei tunisini a Peshawar, in Pakistan, da dove manteneva stretti e costanti rapporti con la struttura in Italia e a Milano”. Il suo compito in Pakistan era quello di “organizzare la logistica dei mujaheddin provenienti dall’Italia, accogliendoli presso la ‘Casa dei fratelli tunisini’ per poi inviarli nei campi dove venivano addestrati all’uso di armi e alla preparazione di azioni suicide”, ma anche di “promuovere e finanziare il rientro dei mujaheddin in occidente e in particolare in Italia e a Milano”. Un’attività di reclutamento che attira sulla sua persona le attenzioni della Cia: nel 2001 gli 007 americani lo catturano e lo rinchiudono nella base Usa di Bagram in Afghanistan. Per la sua consegna alle autorità italiana bisogna così aspettare il dicembre 2009. La sentenza di primo grado arriva nel 2012 ed è una sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Fezzani, che nel frattempo è rimasto detenuto per due anni nel carcere calabrese di Rossano, viene immediatamente scarcercato. Ma per il Viminale è comunque un uomo pericoloso per la sicurezza nazionale e il ministro dell’Interno di allora, Anna Maria Cancellieri, firma un decreto di espulsione. L’anno successivo la Corte d’Assise d’Appello di Milano ribalta il verdetto di primo grado e lo condanna a sei anni di carcere. Fezzani, però, è in Tunisia e da quel momento per l’Italia è un latitante, destinatario di un mandato di cattura internazionale. Dopo la condanna si trasferisce in Siria dove combatte con le truppe di Jabhat Al-Nusra, organizzazione terroristica affiliata ad Al-Qaeda. Poi abbraccia la causa dell’Isis, passa in Libia dove il Califfo Al-Baghdadi lo nomina comandante delle truppe scelte. Il suo nome finisce così in cima alla lista dei ricercati degli 007 libici. Il suo arresto arriva nei giorni scorsi, dopo la liberazione di Sirte. Resta da vedere cosa contengano i documenti ritrovati dai servizi segreti libici nel covo dell’Isis della cittadina. Carte che non sono ancora state inviate agli inquirenti dell’antiterrorismo milanese ma che potrebbero rivelarsi fondamentali sotto il profilo investigativo e contribuire a far luce sul ruolo di Fezzani come reclutatore di jihadisti a Milano e in Lombardia.
“L’arresto in Libia del tunisino Moez Ben Abdulgader Ben Ahmed Al Fezzani, conosciuto anche come Abu Nassim e considerato uno dei reclutatori di jihadisti in Italia, e’ accompagnato da un’ipotesi preoccupante: Nassim, infatti, sarebbe in collegamento anche con il gruppo che ha rapito i tecnici della Bonatti. Perche’ non siamo stati in grado noi di arrestarlo? La tragedia dei due nostri connazionali uccisi e il presunto pagamento di un riscatto di 13 milioni di euro fanno di questa vicenda l’esempio piu’ eclatante della nostra incapacita’ di operare in contesti delicati come la Libia. Cosa stiamo facendo li’? Chi siamo andati ad addestrare? I nostri servizi sono succubi di quelli libici? Troppi interrogativi sono ancora oggi senza risposta: il governo italiano deve riferire immediatamente su quello che sta succedendo in Parlamento”. Lo dichiara in una nota Stefano Maullu (europarlamentare Forza Italia.