MOTIVAZIONI: DISEGNO CRIMINOSO INVESTIGATORI, E FONTI OCCULTE
“Uno dei piu’ gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini dello istituzioni. La corte d’assise di Caltanissetta che 14 mesi fa concluse l’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio non fa sconti. Nelle motivazioni punta il dito contro i servitori infedeli dello Stato che imbeccarono piccoli criminali, assurti a gole profonde di Cosa nostra, per una falsa verita’ sugli autori dell’attentato al giudice Borsellino. E parla della presenza di fonti rimaste occulte.
“Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei piu’ gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Nero su bianco, per la prima volta, i giudici di Caltanissetta scrivono del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, depositate ieri sera, la corte d’assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino.
Scarantino, imputato di calunnia insieme a due altri falsi pentiti, e’ uscito dal processo per la prescrizione del reato a lui contestato. Gli altri due collaboratori di giustizia, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, sono stati condannati a 10 anni. Il depistaggio delle indagini e’ costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione. Per la strage erano imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia, entrambi condannati all’ergastolo. La prescrizione per Scarantino e’ scattata perche’ i giudici gli hanno concesso l’attenuante riconosciuta a chi commette il reato indotto da altri. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, parlano di “suggeritori” esterni, soggetti che avrebbero cioe’ imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. “Soggetti, – scrivono – i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte”.
Le pressioni degli inquirenti, secondo i giudici della Corte d’assise – fecero venir meno le “residue capacita’ di reazione” di Scarantino che accuso’ della strage, insieme ad altri due falsi pentiti, sette innocenti. Nelle motivazioni del verdetto la corte di Caltanissetta usa parole durissime verso gli investigatori dell’epoca: il riferimento e’ al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato. La Corte d’assise del processo Borsellino quater accusa gli investigatori di aver compiuto “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarita’ tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realta’ se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale e’ rimasta occulta la vera fonte”. “Le anomalie nell’attivita’ di indagine – aggiungono – continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero”. “Questo insieme di fattori – proseguono i magistrati riferendosi alla valutazione che delle parole di Scarantino fece l’autorita’ giudiziaria – avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalita’ organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il metodo Falcone”.