La premier non vola a Davos: «Serve tempo per valutare lo statuto». Difesa del rapporto con Washington: «Non sono remissiva, faccio l’interesse nazionale». Stoccata ai giudici sui migranti.
Un’apertura diplomatica, ma con il freno a mano tirato dai giuristi. Giorgia Meloni annuncia che l’Italia non firmerà, almeno per ora, l’adesione al “Board of Peace” per Gaza lanciato da Donald Trump. La premier ha scelto lo studio di Porta a Porta per spiegare i motivi del suo forfait alla cerimonia di domani a Davos: uno stop tecnico dovuto alla compatibilità tra lo statuto dell’organismo americano e l’articolo 11 della Costituzione italiana.
Il nodo dell’Articolo 11
«La nostra è una posizione di apertura, ma ci serve più tempo», ha chiarito Meloni. Il problema risiede nelle norme sulla cessione di sovranità: «L’articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati. Alcuni articoli dello statuto del Board potrebbero essere incompatibili con questo principio». Nonostante il cavillo legale, la premier ha difeso la validità dell’iniziativa, definendo «non intelligente» l’ipotesi di un’auto-esclusione dell’Italia o dell’Europa da un tavolo così rilevante.
La difesa del rapporto con Trump
A chi la accusa di eccessiva accondiscendenza verso la nuova amministrazione USA, Meloni risponde con durezza: «Non sono remissiva, cerco accordi e faccio ciò che è giusto per la nazione». La premier ha poi rilanciato la sfida alle opposizioni: «Qual è l’alternativa? Rompere le alleanze storiche? Chiudere le basi americane? Uscire dalla Nato? In politica estera le scelte hanno conseguenze».
Sulla presenza di Vladimir Putin nel board, Meloni ha minimizzato: «Ci si siede sempre con persone distanti da noi. La Russia è nell’ONU e nel G20, non è una novità». Anche sulla Groenlandia la linea è pragmatica: «Sapevo che Trump non avrebbe usato la forza, ma la questione va trattata in ambito NATO. Bisogna ripristinare la comunicazione tra UE e USA».
Sicurezza e migranti: nuovo attacco alle toghe
Il fronte interno resta però il più caldo. Meloni è tornata a scagliarsi contro le «sentenze ideologiche» dei magistrati che hanno bloccato i centri per migranti in Albania, lamentando una «mortificazione» del lavoro delle forze dell’ordine. Sul tavolo del governo c’è ora un nuovo pacchetto sicurezza: tra le misure annunciate, l’istituzione di “zone rosse” intorno alle stazioni ferroviarie per contrastare il degrado e la criminalità. «Inutile assumere poliziotti se poi il loro lavoro viene vanificato da decisioni come quella del Tar della Lombardia», ha concluso la premier.
La telefonata a Trump
Giorgia Meloni sceglie la via della prudenza e del contatto diretto per gestire lo strappo con la Casa Bianca. Dopo aver disertato il World Economic Forum di Davos e il lancio ufficiale del Board of Peace per Gaza, la Presidente del Consiglio ha avuto un colloquio telefonico con Donald Trump per spiegare le ragioni dell’assenza italiana. Un “no” che la Premier si è affrettata a definire «non definitivo», ma dettato dalla necessità di superare scogli giuridici che al momento appaiono insormontabili.
La versione di Donald: «L’Italia è dei nostri»
Dall’Air Force One che lo riportava negli Stati Uniti, Trump ha lasciato filtrare un’interpretazione decisamente ottimista della telefonata. «L’Italia vuole aderire», avrebbe confidato ai giornalisti, aggiungendo che la Premier gli avrebbe manifestato la volontà politica di far parte del Consiglio, frenata solo da «formalità e passaggi parlamentari». Per il tycoon, il Board è già un successo che conta 59 Paesi, nonostante le defezioni di Londra, Parigi e Berlino.
La realtà di Palazzo Chigi: il muro dell’Articolo 11
La posizione di Meloni, ribadita anche ai microfoni di Porta a Porta, è molto più sfumata. Il problema non è solo politico, ma squisitamente legale:
- Sovranità e parità: L’articolo 11 della Costituzione permette cessioni di sovranità solo in condizioni di “parità tra gli Stati”. Il Board di Trump, con la sua struttura gerarchica e le voci su una “quota d’ingresso” milionaria, rischia di essere incompatibile con la Carta.
- La linea Mattarella: La Premier ha incassato il sostegno del Quirinale sulla “linea della prudenza”. Partecipare a un organismo che potrebbe scavalcare l’ONU richiede una riflessione che Roma non può esaurire in una notte a Davos.
- Il fattore tempo: «Non è intelligente auto-escludersi, ma serve tempo», ha spiegato Meloni, cercando di non irritare l’alleato americano senza però concedere una firma al buio.
Le opposizioni all’attacco
Il “prendere tempo” della Premier non ha placato le polemiche interne. Elly Schlein (PD) e Giuseppe Conte (M5S) accusano Meloni di «doppiogiochismo», temendo che dietro le quinte si stia trattando una modifica forzata dei principi costituzionali per assecondare i desiderata di Washington.