Il conflitto nel Golfo ha superato la soglia dello scontro militare per trasformarsi in una guerra energetica totale. L’attacco al cuore delle riserve di gas iraniane ha innescato una reazione a catena che minaccia di mandare in tilt l’economia mondiale, con il prezzo del petrolio che ha già sfondato quota 105 dollari al barile.
Israele ha mantenuto la promessa di “grandi novità” colpendo all’alba il giacimento di South Pars, la più grande riserva di gas naturale al mondo. L’operazione, coordinata con la Casa Bianca, ha centrato gli impianti di lavorazione di Asaluyeh che garantiscono il 70% del fabbisogno energetico iraniano.
La “Guerra Economica” e la minaccia ai vicini
Secondo il governatore di Asaluyeh, la sicurezza energetica regionale è ora a “punto zero”. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: i Pasdaran hanno dichiarato “obiettivi legittimi” le infrastrutture petrolifere e petrolchimiche di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, nazioni che finora si ritenevano al sicuro. Esplosioni sono già state segnalate a Riad, mentre Doha e Abu Dhabi hanno condannato il raid israeliano definendolo «irresponsabile e pericoloso».
L’impatto globale: Petrolio a 105 dollari
Il mercato ha reagito con il panico:
- Grezzo alle stelle: Il petrolio è balzato a 105 dollari al barile.
- Crisi regionale: L’Iraq ha subito l’interruzione immediata delle forniture di gas iraniano, perdendo un terzo del proprio fabbisogno elettrico.
- Borse in calo: I listini mondiali segnano il passo di fronte all’incertezza sulle forniture.
La mossa di Trump: Sospensione del Jones Act
Per tentare di frenare l’impennata dei prezzi e garantire i rifornimenti interni, Donald Trump ha firmato una deroga di 60 giorni al Jones Act. Si tratta di una misura eccezionale che permette a navi non battenti bandiera americana di trasportare carburante tra i porti statunitensi (specialmente dal Golfo del Messico alle raffinerie della East Coast), un tentativo disperato di mitigare gli effetti della guerra sui consumatori americani.
NATO e alleati: verso una “soluzione condivisa”?
Mentre Washington minaccia di lasciare la responsabilità dello Stretto di Hormuz ai Paesi europei e asiatici (“chi ne beneficia, paghi la sicurezza”), il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha confermato che gli alleati sono al lavoro su una “soluzione condivisa”. Tuttavia, la strategia degli omicidi mirati di Israele (che ha appena eliminato il Ministro dell’Intelligence Khatib) sta eliminando ogni possibile interlocutore politico a Teheran, rendendo il negoziato un’ipotesi sempre più remota.