“Non è che usciamo dalla sala con le bandiere rosse in mano”. Pier Luigi Bersani prova a scherzarci su, ma per quella che è stata la sua ‘ditta’ è il giorno più duro. Renzi si è dimesso dando avvio il congresso e la scissione è ormai praticamente cosa fatta. In assemblea il primo, e unico dei bersaniani, a prendere la parola è Guglielmo Epifani. “Bisogna fermarsi. Se fossi stato io il segretario avrei convocato i tre candidati e avrei cercato di capire. Il segretario mi pare invece abbia deciso di tirare dritto: è un errore”, sentenzia. Il percorso sembra ormai tracciato.
L’appello di Walter Veltroni che invita il partito a stare unito (“c’é bisogno di voi. Se la prospettiva è il ritorno ad un partito che sembra la Margherita e a uno che sembra i Ds allora non chiamatelo futuro, chiamatelo passato, perché quello è il nome giusto”, dice) raccoglie solo smorfie malinconiche. Nico Stumpo e Davide Zoggia sperano ancora nella replica di Renzi – che non arriverà – ma parlano già di future riunioni per organizzare il da farsi. Bersani non interviene davanti ai mille delegati del parlamentino dem, ma collegato in diretta dall’hotel Parco dei Principi con una trasmissione tv segna la rotta: “Siamo a un punto delicato. Una parte di noi, me compreso, pensa che se va avanti così il pd va a sbattere. Non stiamo dicendo che vogliamo che Renzi vada via, vogliamo discutere. Ma anche stamane il segretario ha alzato un muro”. Di più. “Ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno – ricorda – ma, se mi accorgo che questo è il Partito di Renzi e non è più casa mia, non saprei come fare”.
Anche per Enrico Rossi, ormai, “la strada è un’altra. Sono maturi i tempi per formare una nuova area”, dice. Ecco allora che tra i tre candidati alla segreteria, il più dialogante sembra essere per un attimo lo ‘sceriffo’ Michele Emiliano. “Rimanere insieme è a portata di mano – spiega con toni concilianti, quasi a bassa voce, prendendo la parola tra gli ultimi in assemblea – È una questione legata a piccoli meccanismi, mi pare. Io sto provando nei limiti delle mie possibilità, a fare un passo indietro che consenta di uscire tutti di qui con l’orgoglio di appartenere a questo partito. Disinneschiamo il casus belli convocando una conferenza programmatica che tolga gli alibi a chi poi perderà il congresso”. La maggioranza renziana esulta. “Gli scissionisti si sono già scissi tra di loro – festeggia un deputato – Speranza e Rossi vanno, Emiliano resta”. Alla fine, però, Renzi decide di non replicare.
Il reggente Matteo Orfini mette in moto la macchina del congresso e convoca per martedì la direzione che ha all’ordine del giorno la nomina della commissione di garanzia. Il fronte a tre, allora, si ricompatta. “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. E’ purtroppo caduto nel nulla. La replica finale non è neanche stata fatta. E’ ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”, mettono nero su bianco Emiliano, Rossi e Speranza. La maggioranza non ci sta. Lorenzo Guerini si dichiara “esterrefatto ed amareggiato”. La loro presa di posizione, “del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel pd, era evidentemente una decisione già presa”, accusa. Nei prossimi giorni la minoranza si riunirà per decidere il da farsi. La nascita di nuovi gruppi parlamentari alla Camera e Senato potrebbe essere la formalizzazione della scissione. Gianni Cuperlo intervenendo in assemblea aveva citato una scena del film ‘Gioventù bruciata’, il ‘chicken game’, con le auto in corsa verso il burrone, dove vince chi si butta per ultimo. “La verità è che come nella vita, vince chi non ingaggia la sfida. Scendiamo dalla macchina”, il suo auspicio. Adesso il pd è nel burrone.