Il regime iraniano colpisce le monarchie sunnite per dividere il fronte alleato, ma ottiene l’effetto opposto. La fine dell’equilibrismo saudita e il nuovo ruolo di Riad.
La rappresaglia iraniana contro le monarchie del Golfo segna il punto di non ritorno di un’escalation che sta ridisegnando i confini del potere in Medio Oriente. Quello che Teheran immaginava come un colpo strategico per costringere i vicini arabi a fare pressione su Washington si sta trasformando nel più classico dei boomerang: un acceleratore di alleanze che fino a pochi giorni fa apparivano fragili o puramente formali.
La fine dell’equilibrismo
Per anni, le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) hanno praticato la cosiddetta politica di hedging: un equilibrismo precario tra la protezione militare statunitense e la necessità di non provocare il gigante sciita dall’altra parte del braccio di mare. Gli attacchi a “infrastrutture, aeroporti e hotel” — simboli della modernizzazione araba — hanno però spezzato questo schema.
«È il vecchio Medio Oriente che attacca il nuovo», ha commentato Nadim Koteich sul New York Times. Colpendo i centri nevralgici dello sviluppo saudita ed emiratino, Teheran non ha solo mirato a obiettivi logistici, ma ha tentato di scardinare le fondamenta degli Accordi di Abramo e l’integrazione regionale.
Il fronte sunnita si ricompatta
L’effetto immediato è stato il disgelo diplomatico tra i due pesi massimi della regione: Mohammad bin Salman e Mohammed bin Zayed. Il leader saudita e quello emiratino hanno messo da parte le divergenze su dossier critici come Yemen e Sudan per far fronte comune contro la minaccia iraniana.
Nonostante le smentite ufficiali di Riad riguardo a un presunto “via libera” dato a Trump per l’attacco, i fatti sul campo raccontano una storia diversa. Il Pentagono, per bocca del generale Dan Caine, ha confermato un dato cruciale: le difese aeree di Qatar, Emirati, Kuwait, Giordania e Arabia Saudita sono attive e integrate nel sistema di risposta guidato dagli Stati Uniti.
Il fantasma di Saddam
L’analisi che circola nelle redazioni dei media arabi, come il quotidiano saudita Elaph, evoca un precedente storico sinistro per Teheran: la prima Guerra del Golfo. Come Saddam Hussein cercò invano di salvare il proprio regime internazionalizzando il conflitto e coinvolgendo Israele, così l’Iran sembra oggi affidare ai propri missili una strategia della disperazione.
Se l’obiettivo di Teheran era dimostrare che l’alleanza con gli USA è “pericolosa”, il risultato è stato quello di rendere tale alleanza l’unica opzione di sopravvivenza per le monarchie sunnite.
L’isolamento diplomatico dell’Iran appare ora pressoché totale. Se il regime sopravviverà a questa ondata, si troverà comunque a gestire uno scacchiere regionale dove la neutralità dei vicini è svanita, lasciando il posto a un blocco arabo militarmente integrato e politicamente schierato con l’Occidente.
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