A seguito di una drammatica escalation della crisi umanitaria a Gaza e sotto la crescente pressione interna, il Regno Unito è pronto a riconoscere lo Stato palestinese già a settembre. L’annuncio, emerso da una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri a Londra, segna un significativo cambio di rotta per il premier Keir Starmer, che ha ceduto alle esplicite richieste di parlamentari e membri del governo laburista.
La decisione britannica arriva in un momento critico per Gaza, dove l’osservatorio dell’ONU sulla fame globale ha confermato la carestia. Il bilancio delle vittime dal 7 ottobre ha superato la drammatica soglia delle 60.000 morti, con continui decessi legati alla distribuzione degli aiuti. La situazione “spaventosa” a Gaza è stata un fattore determinante per la svolta di Londra, che intende mettere pressione su Israele affinché ponga fine al conflitto e alla tragedia umanitaria.
Il riconoscimento, che avverrà prima dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, posizionerà la Gran Bretagna come il secondo Paese del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del G7, e la 149ª nazione, a riconoscere lo Stato palestinese. Parigi ha accolto con favore la mossa, con il presidente Macron che ha dichiarato: “Insieme riapriamo una prospettiva di pace”. Al contrario, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito con indignazione, accusando Starmer di “premiare il mostruoso terrorismo di Hamas e punire le sue vittime”, e avvertendo che “uno Stato jihadista al confine con Israele oggi minaccerà la Gran Bretagna domani”.
La decisione di Starmer è stata influenzata non solo dalla crisi a Gaza ma anche da un’onda pro-Palestina montata all’interno del Partito Laburista, con crescenti malumori tra l’esecutivo e gli elettori. Nonostante il rischio di irritare l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito il passo “senza alcun valore”, Starmer ha chiarito che il riconoscimento è inteso come un “contributo a un autentico processo di pace” e mira ad avere “il massimo impatto sulla soluzione dei due Stati”. Il premier britannico ha anche chiesto ad Hamas di rilasciare gli ostaggi e di disarmarsi completamente.
Nel frattempo, Parigi, Londra e Berlino hanno formato un asse diplomatico per cercare di porre fine alla guerra nella Striscia. Giovedì della prossima settimana, i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna e Germania si recheranno insieme in Israele per presentare una posizione congiunta che chiede la fine delle operazioni militari e un’immediata apertura degli ingressi per gli aiuti internazionali a Gaza. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, pur mantenendo l’idea di una soluzione “negoziata” tra le parti, si è unito all’iniziativa.
In un’ulteriore mossa contro il governo israeliano, i Paesi Bassi hanno dichiarato i ministri dell’ultradestra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ‘personae non gratae’, accusandoli di aver “ripetutamente incitato alla violenza dei coloni”, sostenuto “l’espansione degli insediamenti illegali” e invocato la “pulizia etnica a Gaza”. Smotrich ha respinto le accuse, affermando che “i Paesi Bassi si sono arresi alle menzogne dell’Islam radicale”. Le Chiese di Gerusalemme, dal canto loro, continuano a denunciare gli abusi dei coloni, mentre Israele si prepara all’occupazione.