In occasione della Giornata della bandiera, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile: “Non lasceremo la nostra terra agli occupanti”. Le sue parole, pronunciate alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, ribadiscono il netto rifiuto di qualsiasi cessione territoriale al Cremlino.
Il presidente ha voluto celebrare i “nostri eroi di epoche diverse, che hanno combattuto per la libertà con la nostra bandiera in mano”, sottolineando che la bandiera ucraina rappresenta “l’obiettivo e il sogno di molti dei nostri cittadini nei territori temporaneamente occupati”.
Nonostante la retorica nazionalista, la situazione sul campo di battaglia resta tesa. Il ministero della Difesa russo ha rivendicato la conquista di due villaggi nel Donetsk, Sredneye e Kleban-Byk, avvicinandosi alla roccaforte ucraina di Kostyantynivka. La notte è stata segnata anche da attacchi di droni, con 36 velivoli intercettati su 49 lanciati.
Tuttavia, la linea fortificata ucraina sembra reggere, e Mosca continua ad avanzare a fatica e con costi umani elevati. Questo spiega in parte la ferma posizione di Zelensky, che non intende cedere un solo metro di territorio, sapendo che questo aprirebbe la strada verso il fiume Dnipro.
Zelensky ha avuto colloqui con diversi leader internazionali, dal premier olandese Dick Schoof al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, a cui ha chiesto di spingere la Russia “verso la pace”. A Kiev è arrivato anche l’inviato speciale per l’Ucraina di Donald Trump, Keith Kellogg, per discutere della situazione.
Nonostante l’intensa attività diplomatica, la prospettiva di un vertice di pace sembra allontanarsi. Il presidente finlandese Alexander Stubb lo ritiene “altamente improbabile”, dato che il Cremlino punta a “massimizzare i suoi guadagni territoriali” almeno fino all’autunno. Anche la premier italiana Giorgia Meloni ha rinviato un viaggio in Asia per seguire da vicino gli sviluppi del processo di pace.
Una nuova opzione è emersa dal fronte diplomatico: la Cina si è detta disponibile a inviare truppe di peacekeeping in Ucraina in caso di accordo, ma solo sotto un mandato dell’ONU. Un’ipotesi che però solleva molti dubbi, poiché sia Pechino che Mosca detengono il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. Kiev rimane scettica, ritenendo improbabile che la vittima possa fidarsi del proprio carnefice. Il precedente della missione OSCE, che non ha avuto successo nel mantenere la pace, contribuisce a rafforzare la cautela ucraina.
Di fronte alle continue difficoltà nelle trattative di pace tra Russia e Ucraina, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un passo indietro dal suo ruolo di mediatore. Ha paragonato l’incontro tra i presidenti Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky alla mescolanza di “olio e aceto” e ha suggerito che un incontro tra i due leader senza la sua diretta partecipazione potrebbe essere la via da seguire per ora.
Nonostante la sua apparente distanza, Trump ha lanciato un ultimatum di due settimane per verificare se un accordo di pace sia possibile. Ha chiarito che, se non si registreranno progressi, gli Stati Uniti potrebbero adottare un “approccio diverso”. Questo approccio potrebbe includere l’imposizione di “sanzioni importanti, dazi o tutti e due” contro la Russia. In alternativa, ha ipotizzato di “non fare nulla e dire ‘è la vostra battaglia’”.
Funzionari della Casa Bianca hanno descritto la nuova posizione di Trump come un “atteggiamento attendista”. Ha delegato il dossier al senatore repubblicano Marco Rubio. Nel frattempo, i russi continuano ad avanzare sul campo, rivendicando la conquista di nuovi villaggi nel Donetsk. Anche se le negoziazioni sembrano in una fase di stallo, l’amministrazione Trump ha già imposto sanzioni all’India per esercitare una “pressione secondaria” su Mosca, una mossa che ha suscitato perplessità e ripercussioni a livello economico.