Si è spento Paolo Cirino Pomicino, figura iconica della Prima Repubblica e tra i massimi esponenti della Democrazia Cristiana negli anni del pentapartito. Aveva 86 anni. Medico neurologo prestato alla politica, Pomicino è stato per oltre un decennio l’uomo di punta della corrente andreottiana, quella “Primavera” che ha retto le sorti del Paese tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Per tutti era semplicemente “’O Ministro”, soprannome che ne sanciva il potere indiscusso sia nella sua Napoli che nei palazzi romani.
La sua carriera governativa toccò l’apice con la guida del Ministero della Funzione Pubblica nel gabinetto De Mita e, successivamente, del Bilancio nei governi Andreotti VI e VII. Fu tra i protagonisti del “CAF”, il triumvirato politico formato da Craxi, Andreotti e Forlani, che rappresentò il fulcro del potere italiano fino alla tempesta di Tangentopoli.
Considerato il “viceré” di Napoli insieme a Francesco De Lorenzo e Giulio Di Donato, Pomicino incarnò una stagione di grande influenza politica locale e nazionale. La sua parabola fu investita nel 1993 dalle inchieste di Mani Pulite, che segnarono l’inizio di un lungo e tormentato iter giudiziario. Nonostante i 42 processi subiti e le alterne vicende nelle aule di tribunale – tra cui il proscioglimento dall’accusa di violazione del finanziamento ai partiti dopo dodici anni – non abbandonò mai l’arena politica.
Eletto nuovamente alla Camera nel 2006, continuò a militare nelle formazioni centriste (Nuovo Psi, Udc, Noi con l’Italia), cercando sempre di tenere in vita l’eredità e lo scudo crociato della “sua” Democrazia Cristiana.
Oltre alle battaglie parlamentari, la vita di Pomicino è stata segnata da durissime prove personali. Negli anni ha affrontato interventi chirurgici estremi, tra cui un trapianto di cuore nel 2006, un trapianto di rene e l’applicazione di diversi bypass. Problemi di salute che tuttavia non ne avevano scalfito la lucidità né la passione per il dibattito pubblico.
Fino all’ultimo, Pomicino ha continuato a osservare e commentare le dinamiche del potere con il disincanto e l’arguzia che lo contraddistinguevano, restando fedele alla sua regola aurea: fare politica senza mai nutrire risentimento verso gli avversari. Con la sua scomparsa, se ne va uno degli ultimi grandi tessitori di una stagione politica irripetibile.