È stato presentato in Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) il libro “Algoritmi di libertà”. L’evento è servito anche per parlare di #datacrazia, approfittando dell’uscita in libreria dell’ultimo libro del giornalista Rai Michele Mezza il quale, fin dalla stesura di questo lavoro, aveva anticipato la necessità di negoziare gli algoritmi. Relatori sono stati il Presidente Fieg Maurizio Costa, Cosimo Accoto, Reserch Affiliate del MIT di Boston, Fabrizio Carotti, Direttore Generale Fieg e Anotnio Nicita, Commissario Agcom. Evento e libro, arrivati nel contesto di quanto sta accadendo in queste settimane, è stato utile per capire il caso Facebook cambridge Analytica e le sue conseguenze.
Il volume di Mezza, infatti, spiega il modo in cui la rete è intervenuta nei collegi più contendibili anche nel nostro Paese, creando un’accelerazione delle tendenze e determinando casi anche clamorosi. “Forse per non rischiare di far classificare anche le elezioni come un inconveniente da evitare per le troppe serate che si perdono – aveva spiegato Mezza parafrasando Oscar Wilde – l’ultima consultazione italiana è stata molto virtuale e poco reale. In un lungo reportage di Reuter, pubblicato proprio alla vigilia del voto, si documenta il carattere tutto social della comunicazione politica e soprattutto le modalità mutuate dalla rete per orientare le scelte finali degli elettori (https://www.nytimes.com/…/01reuters-italy-election-socialme)”.
“Non a caso – prosegue Mezza – i due vincitori, il leader del M5S Di Maio, e il segretario della Lega Salvini, nel loro primo commento il cinque marzo mattina, si sono precipitati a ringraziare innanzitutto la rete e coloro ‘che vi hanno lavorato’. Entrambi avevano ben presente quanto ‘ribellismo molecolare’ la rete avesse indotto e orientato a loro favore. Così come invece è del tutto mancata questa percezione a chi allegramente pensava di essere il titolare predestinato di ogni effetto digitale”. “Questo spiega pragmaticamente – continua sempre Mezza – perché si siano ‘sprecate’ molto meno serate in incontri e comizi e invece si è investito, più o meno trasparentemente, molto di più in post e campagne di dark ads via Internet. Proprio come è accaduto in questi anni negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Inghilterra e in Germania”. “I dati, infatti, ci dicono che anche per il voto italiano del marzo 2018 – ne è convinto l’esperto giornalista Rai – i polpastrelli di alcune decine di hacker, per lo più fuori dai confini nazionali, hanno forse contato molto più delle gambe di migliaia di volontari e militanti dei partiti in lizza. Come sempre, non è la tecnologia che decide, ma gli esseri umani che la usano e la richiedono: è la domanda sociale che determina e riconosce le formule tecnologiche di relazione. E la domanda che attraversa la scena globale rimane caratterizzata da una potente, quanto selvaggia e disordinata pretesa di partecipazione, anzi, quasi di sovrapposizione con i leader”.