Quindici ministri della Giustizia, tutti democratici, di California, Connecticut, Delaware, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, New Mexico, New York, Oregon, Pensylvanya, Rhode Island, Vermont e Virginia, hanno depositato un ricorso presso la Corte di Appello Federale del IX circuito di San Francisco per appoggiare la richiesta dello Stato di Washington di non revocare la sospensione del divieto di ingresso (Muslim Ban) dei cittadini di 7 Paesi musulmani (Siria, Sudan, Somalia, Iraq, Iran, Libia e Yemen) approvata il 27 gennaio dal presidente Donald Trump e sospesa dal giudice federale di Seattle, il repubblicano James Robart. In totale i 16 ministri della Giustizia sostengono di avere il diritto legale di sfidare l’ordine presidenziale perche’ danneggia direttamente gli interessi dei singoli Stati. I giudici di San Francisco esamineranno nel merito i ricorso, insieme all’appello della Casa Bianca, nei prossimi giorni.
Novantasette aziende del settore tecnologico si sono unite alla causa contro il provvedimento di Donald Trump che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi ostaggio di conflitti civili, dalla Libia alla Siria, dalla Somalia all’Iraq. Le aziende – da Apple a Google, da Facebook a Microsoft – hanno deciso di partecipare alla battaglia in tribunale contro la Casa Bianca, presentando in una corte d’appello della California un documento nel quale forniscono informazioni per aiutare il tribunale a decidere. La corte deve esprimersi sul ricorso presentato da Trump contro la sentenza di un tribunale di Seattle che il 3 febbraio ha bloccato l’esecuzione del provvedimento. Nel documento le aziende affermano l’importanza degli immigrati nell’economia e nella societa’, sottolineando che la decisione di Trump danneggia i loro affari e viola le leggi sull’immigrazione nonche’ la Costituzione degli Stati Uniti.
Ripristinare immediatamente il bando sugli ingressi negli Stati Uniti: da questo provvedimento dipende la sicurezza nazionale. E’ la richiesta perentoria che l’amministrazione Trump ha presentato ai giudici della Corte federale d’appello di San Francisco, che dovra’ decidere se confermare il blocco del decreto oppure dargli il via libera. Un’udienza e’ fissata per stasera, quando verranno ascoltati i legali del Dipartimento di giustizia, che hanno presentato una memoria difensiva del provvedimento, e quelli degli stati di Washington e Minnesota, che hanno intentato la causa contro il divieto. A questi due stati se ne sono aggiunti nelle ultime ore altri 16, tra cui quelli di New York e della California, che hanno presentato un documento contro il bando. Cosi’ come prima di loro avevano fatto 97 big del web e della Silicon Valley, oltre 200 ricercatori e docenti universitari e una decina tra ex segretari di stato ed ex responsabili dell’intelligence. La Corte d’appello dovra’ decidere in particolare se il presidente Trump ha ecceduto nella sua autorita’ e ha violato il primo emendamento della Costituzione americana e la legge sull’immigrazione. Il decreto – sottolineano dal canto loro gli avvocati del dipartimento di Giustizia – “e’ legale e rientra nell’esercizio dei poteri concessi al presidente per quel che riguarda sia l’ingresso di stranieri negli Usa sia l’ammissione dei rifugiati”. Inoltre – si legge nella memoria difensiva – e’ “sbagliato” dire che il provvedimento prende di mira i musulmani. Si tratta invece di un decreto volto a proteggere i cittadini americani da possibili minacce. Una volta che la corte avra’ deciso entrambe le parti potranno impugnare la sentenza davanti alla Corte Suprema. Dove pero’ il rischio e’ quello di uno stallo, non essendo ancora stata confermata in Congresso la nomina del nono giudice costituzionale fatta da Trump. E se il massimo organo giurisdizionale dovesse essere diviso ‘quattro contro quattro’ resterebbe in vigore la decisione della corte d’appello.
Gli avvocati degli Stati di Washington e del Minnesota hanno comunicato alla Corte di appello federale che ripristinare il bando del presidente Donald Trump sui rifugiati e sui viaggiatori dei 7 paesi musulmani ‘scatenerebbe di nuovo il caos’. Nel ricorso presentato alla corte di San Francisco, si aggiunge che il bando ha danneggiato residenti, uomini d’affari e universita’ ed e’ incostituzionale. Migliaia di ricercatori da tutto il mondo sono pronti a boicottare i prossimi convegni scientifici negli Usa come segno di protesta. Il presidente Usa intanto ha cambiato idea sulla Nato e, in un colloquio telefonico con il segretario generale Jens Stoltenberg, ha parlato del forte sostegno degli Stati Uniti all’Alleanza annunciando che partecipera’ al vertice in Europa di fine maggio.
Prosegue negli Stati Uniti lo scontro tra l’amministrazione presidenziale e parte del Potere giuridico, dopo la decisione di un giudice federale di sospendere il bando temporaneo all’accesso di cittadini stranieri da sette paesi a maggioranza musulmana e ritenuti a “rischio terroristico elevato”. L’ordinanza, varata dal presidente Donald Trump per dare il tempo alle autorita’ federali di adottare criteri piu’ rigorosi per l’individuazione di eventuali estremisti e terroristi in arrivo nel paese, e’ stata sospesa da un giudice distrettuale, James Robar. La Casa Bianca ha prontamente impugnato la sospensione, ma si e’ scontrata con un nuovo ostacolo giudiziario: la Corte d’Appello del nono distretto, con sede a San Francisco, ha rifiutato di prendere immediatamente in esame il ricorso, cosicche’ il bando di 90 giorni agli ingressi negli Usa rimarra’ sospeso almeno sino a meta’ di questa settimana. La decisione del giudice e della Corte d’Appello Federale ha scatenato una durissima polemica politica. Trump l’ha alimentata domenica con un durissimo Tweet rivolto al giudice Robar: “L’ordinanza di questo cosiddetto giudice e’ ridicola”, ha scritto il presidente, aggiungendo poi: “E’ interessante che certi paesi mediorientali siano in accordo con il nostro bando. Sanno bene che se a certa gente e’ concesso di entrare, le conseguenze sono morte e distruzione”. E ancora: “A che punto e’ giunto il nostro paese, se un giudice e’ in grado di bloccare un divieto di viaggio imposto ai fini della sicurezza nazionale, e chiunque, anche i malintenzionati, puo’ entrare liberamente negli Stati Uniti?”. Ieri Trump ha rincarato la dose: “Non posso davvero credere – ha scritto l’inquilino della Casa Bianca – che un giudice possa esporre il paese a un rischio simile. Se dovesse accadere qualcosa, prendetevela con lui e col sistema delle corti. La gente ora entra senza ostacoli, e’ un pessimo affare”. Le accuse rivolte da Trump al giudice hanno suscitato una levata di scudi da parte del Partito democratico a difesa del giudice Robart. Piu’ in generale, pero’, Trump – nonostante i sondaggi che danno una maggioranza dell’elettorato favorevole al bando – si trova a fronteggiare l’opposizione dell’attivismo progressista, di molti media e anche di grandi rappresentanti dell’industria tecnologica, secondo cui il bando temporaneo rischia di tradursi in un danno economico per il paese. Quanto al parere degli esperti di diritto, la sospensione decretata dal giudice Robart rientra pienamente nell’ambito delle sue prerogative, ma e’ nondimeno assai inusuale, dati i vastissimi poteri attribuiti dalla Costituzione al presidente in materia di sicurezza nazionale e immigrazione. Tanto per il “New York Times” quanto per il “Wall Street Journal”, le prime settimane dell’amministrazione Trump preludono ad anni di dure battaglie legali, specie – ma non soltanto – in materia di immigrazione. Entro la giornata di domenica, sottolineano i due quotidiani, contro le ordinanze dell’amministrazione Trump sono state presentate due dozzine di petizioni e citazioni giudiziarie.