Polemiche per le dichiarazioni sul Jobs Act e i giovani italiani all’estero, depositata al Senato una mozione di sfiducia firmata da SI, M5S, Lega e alcuni senatori del Gruppo Misto. Sotto accusa il comportamento del ministro ‘totalmente inadeguato al ruolo’. Il Pd lo difende, ma dalla minoranza Dem Speranza minaccia: via i voucher o sfiducia. Sul web nel mirino anche il figlio, sia per le sue frasi che ribadiscono i concetti espressi dal padre, sia per i contributi statali per l’editoria dei quali avrebbe goduto. La Lega annuncia un esposto a questo proposito.
Non si placa la bufera sul ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, dopo le parole sui giovani e la fuga di cervelli, e nei suoi confronti viene depositata anche al Senato una mozione di sfiducia, firmata da Movimento 5 stelle, Sinistra italiana, Lega e da alcuni senatori del Gruppo Misto. Sotto accusa il suo “comportamento totalmente inadeguato al ruolo” con il riferimento al fatto di essersi espresso “in piu’ di un’occasione con un linguaggio discutibile e opinioni del tutto inaccettabili”. Il Pd lo difende (“Non deve dimettersi”, dice il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato) ma dalla minoranza dem, Roberto Speranza, con “una lettera aperta al ministro Poletti” via twitter avverte: “Via i voucher o sfiducia”. Risponde il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Segnalo a Speranza che la liberalizzazione dei voucher fu fatta dal governo Monti, con Bersani segretario e appoggio del Pd: il governo Renzi semmai ne ha limitato l’uso”. Intanto la bufera su Poletti corre anche sul web e si allarga al figlio Manuel, su cui si punta il dito perche’ direttore del settimanale romagnolo ‘Setteserequi’ che avrebbe ricevuto in tre anni 500mila euro di contributi pubblici. La Lega annuncia un esposto “per verificare la regolarita’ dei contributi all’editoria concessi a Poletti jr con suo padre nel ruolo di ministro”. Un mare di commenti sui social (oltre duemila solo sulla sua pagina facebook) e le critiche (con tanto di hashtag su twitter #Polettidimettiti, #Polettifuoridaipiedi) scatenate dalle parole sui giovani e sui cervelli in fuga all’estero (“Conosco gente che e’ andata via e che e’ bene stia dove e’, perche’ sicuramente questo Paese non soffrira’ a non averli piu’ fra i piedi”) pronunciate lunedi’ sera dal ministro, che poi si e’ scusato. E che, confermano da via Veneto, non ha intenzione di dimettersi. Anche la questione voucher si amplifica. Sui cosiddetti ‘buoni lavoro’ del valore nominale di 10 euro per prestazioni di lavoro occasionali ma che via via si sono sempre piu’ diffusi, il governo e’ gia’ intervenuto a settembre nel decreto correttivo del Jobs act introducendo l’obbligo di tracciabilita’. Poletti anche oggi nel corso del question time non ha escluso un’ulteriore stretta: “E’ stata prevista l’introduzione di rigorosi criteri di tracciabilita’. Verificheremo attentamente e, in base alle evidenze, ci riserveremo se tornare eventualmente ad intervenire con normative piu’ stringenti”, ha affermato nell’aula della Camera. L’abolizione dei voucher e’ tra l’altro uno dei tre referendum sul lavoro lanciati dalla Cgil, sulla cui ammissibilita’ si esprimera’ la Consulta il prossimo 11 gennaio. Nel frattempo, il mercato del lavoro segna ancora buste paga al palo, registrando aumenti mai cosi’ bassi da oltre 30 anni. Secondo gli ultimi dati Istat, a novembre l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, infatti, rimane invariato rispetto al mese precedente e aumenta dello 0,4% rispetto a novembre 2015, segnando l’incremento piu’ basso dall’inizio delle serie storiche, nel 1982. A pesare sulla frenata, ovviamente e’ stato lo stop dei contratti pubblici: per la Pa, infatti, tutti i dipendenti risultano con il contratto scaduto dalla fine del 2009 a causa del blocco della contrattazione, riaperta dall’accordo quadro tra il governo e i sindacati del 30 novembre scorso.