E’ morto a 83 dopo una lunga malattia il boss della mafia Bernardo Provenzano. Dopo 43 anni di latitanza, fu arrestato 10 anni fa in una masseria a Corleone, a poca distanza dalla casa dei suoi familiari. Mandava i suoi ordini con i celebri pizzini codificati in una lingua approssimativa. Sparava, secondo Liggio, ‘come un Dio’ pur avendo un ‘cervello di gallina’. Nelle sue mani Cosa Nostra cambio’ pelle relegando in secondo piano la forza militare a vantaggio di cooptazione di fiancheggiatori e professionisti insospettabili e ampi settori della politica. Era detenuto in regime di 41 bis nell’ospedale San Paolo di Milano.
Bernardo PROVENZANO è deceduto nell’ospedale San Paolo di Milano dove era stato ricoverato il 9 aprile 2014, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma. Ne dà notizia il Dap. La moglie e i figli di Provenzano, prosegue la nota, giunti a Milano il 10 luglio, il giorno stesso sono stati autorizzati a incontrare il loro congiunto.
Il capomafia era detenuto al regime di 41 bis nell’ospedale San Paolo di Milano. Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi perche’ il boss, sottoposto a piu’ perizie mediche, era stato ritenuto incapace di partecipare. Grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento: e’ l’ultima diagnosi che i medici dell’ospedale hanno depositato. Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente “incompatibile con il regime carcerario”, aggiungendo che “l’assistenza che gli serve e’ garantita solo in una struttura sanitaria di lungodegenza”. Da anni l’avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto senza successo, la revoca del regime carcerario duro e la sospensione dell’esecuzione della pena per il suo assistito, proprio in virtu’ delle sue condizioni di salute.
“Bernardo PROVENZANO e’ stato per decenni il capo di Cosa nostra, macchiandosi di crimini e stragi efferate, nonche’ il vertice delle piu’ segrete trame del nostro tempo. Grazie a una fortissima rete di supporto e’ stato latitante per piu’ di 40 anni. Nonostante le mille difficolta’, nel 2006 riuscimmo a prenderlo, infrangendo il mito dell’invincibilita’ della mafia: da allora e’ stato in carcere, dove oggi e’ morto”. Cosi’ il presidente del Senato, Pietro Grasso, sul suo profilo Facebook. “Dalla sua cattura – aggiunge – e’ iniziata la speranza di un cambiamento fino ad allora ritenuto impossibile: l’impegno per distruggere il ‘sistema PROVENZANO’, fatto di profitti illeciti e di illegalita’ diffusa, di corruzione e di collusione all’interno sistema politico, imprenditoriale e affaristico. Porta con se’ tanti misteri, pezzi di verita’ che abbiamo il dovere di continuare a cercare. Il bisogno di verita’ e giustizia non muore mai”.
La storia Bernardo Provenzano. Corleonese doc, classe 1933, era stato fiaccato dalla vecchiaia e da un cancro alla vescica. Il suo passato, però, racconta un’altra storia: Zu Binnu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici) è stato uno dei criminali più spietati degli ultimi 50 anni, re di Cosa Nostra dal ’93 al 2006 e condannato in contumacia a 3 ergastoli.Latitante per ben 43 anni, Provenzano per il ministero della Giustizia aveva meritato il carcere duro, anche quando per i medici non era più capace di incapace di intendere e volere. Il boss siciliano rappresentava in carne e ossa alcune delle pagine più nere della storia italiana recente. Come braccio destro di Riina, impartisce l’ordine degli attentati di Capaci e via d’Amelio nel 1992, le stragi in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E c’è sempre la sua mano nell’autobomba di via dei Georgofili a Firenze. L’11 aprile scorso ricorreva il decennale del suo arresto, avvenuto in un casolare a pochi passi da dove era nato, in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in provincia di Palermo. A tradire il boss era stato l’ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell’arresto.GLI INIZI. Terzo di sette figli di Angelo, bracciante agricolo, non finisce la seconda elementare per seguire il padre nei campi. Giovanissimo, si unisce al mafioso Luciano Liggio, che lo affilia alla cosca locale. Subito la sua fama è quella di terribile killer sanguinario e di ottimo tiratore di pistola. A inizio anni Sessanta è spietato protagonista della prima guerra di mafia palermitana contro il clan Navarra, quando, nel pieno del conflitto, si registra più di un omicidio al giorno. Diventa latitante il 18 settembre 1963: i carabinieri di Corleone lo denunciano per l’omicidio di Francesco Paolo Streva, uomo del clan Navarra, commesso una settimana prima. In un rapporto protocollato dalle forze dell’ordine, Provenzano viene definito senza mezzi termini “elemento scaltro, coraggioso e vendicativo che si sposta con due pistole alla cintola”.Approda ai vertici di Cosa nostra all’inizio degli anni ’80 e in quel periodo riesce a gestire la sua latitanza nella zona di Bagheria riciclando denaro sporco grazie a fortunati investimenti nel settore immobiliare. Ma la sua furia omicida non si ferma: nel 1981 con Totò Riina (al cui cospetto per alcuni Provenzano era “un nuovo Einstein”) dà linfa alla seconda guerra di mafia, eliminando i boss rivali (i clan Inzerillo e Bontate arricchitisi con il traffico di droga) e formando una nuova ‘Commissione’, composta da capimandamento fedelissimi.IL COMANDO DI COSA NOSTRA. Nel 1993, dopo l’arresto di Riina, ‘Zu Binnu’, prende le redini di Cosa Nostra, cambiando radicalmente il modo d’agire tipico della mafia corleonese. La sua ricetta? La ‘mediazione’, con l’infiltrazione costante nelle istituzioni e l’obiettivo (poi raggiunto) di far diventare la mafia quasi invisibile e meno cruenta. Il suo volto rimane ignoto anche ai picciotti: il suo mezzo di comunicazione sono i pizzini, bigliettini di carta con appunti spesso sgrammaticati e con riferimenti religiosi con gli ordini.Nel decennio successivo le indagini serrate delle forze dell’ordine non riescono a localizzare Provenzano, che poteva contare su connivenze anche tra gli investigatori. Nel 2003 viene segnalato presso una clinica francese vicino Marsiglia. Nel 2006 la sua cattura: l’allora 73enne non oppone minimamente resistenza e chiede solo l’occorrente per delle iniezioni. A quel punto comincia un iter tra varie carceri italiane: dopo Terni viene spostato a Novara, ma da lì riesce a comunicare con l’esterno, come se non potesse rinunciare al suo ruolo di capopopolo mafioso. Allora ecco il 41 bis, il carcere duro: nel 2012 il boss tenta il suicidio a Parma, mentre da due anni si trova detenuto a Milano.Quattro anni fa la Procura di Palermo, aveva chiesto il suo rinvio a giudizio assieme ad altri 11 indagati accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Il processo, a causa delle sue condizioni di salute non è mai iniziato, permettendogli forse di nascondere per sempre i segreti sulla presunta trattativa Stato-Mafia. Difficile però che il superboss potesse rivelare qualcosa. Una prova? La celebre frase pronunciata davanti ai pm palermitani: “Per dire io la verità ‘avissi parrari’ male di cristiani, scusatemi”.
Quel viaggio a Marsiglia durante latitanza Tra gli episodi piu’ clamorosi della lunghissima latitanza del boss Bernardo Provenzano c’e’ certamente la sua “trasferta” a Marsiglia dove venne operato per un tumore alla prostata. Nel 2003 il boss, che soffriva da tempo di questa patologia, va a curarsi in Francia. Due anni dopo gli investigatori ricostruiranno che ad accompagnarlo non e’ stata la sua famiglia, ma uomini fidati del clan di Villabate, da sempre tra quelli piu’ vicini al padrino di Corleone. Due diversi ricoveri, uno a luglio, alla clinica La Ciotat, per un intervento di resezione parziale della prostata. L’altro a La Casamance, per una nuova operazione, questa volta di asportazione totale, e per l’escissione di una cisti tumorale all’omero. Il boss nella citta’ francese puo’ contare su un’interprete, Madaleine Orlando, una donna di origini siciliane sposata col mafioso Salvatore Troia, il “picciotto” di Villabate che accompagna il capomafia in Francia e gli “presta” l’identita’ del padre, Gaspare. Il documento con cui Provenzano raggiunge in auto Marsiglia e’ intestato a Gaspare Troia, panettiere, uno dei tanti alias di una vita in latitanza. Gli investigatori che da anni spiano la famiglia del boss, dal ’92, tornata a Corleone, in quei mesi captano che sta accadendo qualcosa. C’e’ tensione in casa Provenzano. Nulla di detto. Ma chi “ascolta” comprende che si tratta di un momento di particolare preoccupazione per i familiari del superlatitante. A svelare i particolari del viaggio agli inquirenti e’ l’ex presidente del Consiglio comunale di Villabate Francesco Campanella, arrestato per mafia e poi passato tra i ranghi dei collaboratori di giustizia. Fu lui a falsificare la carta di identita’ utilizzata da Provenzano durante il viaggio. Il processo nei confronti dei fiancheggiatori del boss, che organizzarono e gestirono il “viaggio della speranza” del boss, si e’ concluso con una raffica di condanne.