Punta sulla flessibilita’ concessa dall’Ue la manovra di finanza pubblica per il 2017. L’intesa non c’e’ ancora e, da Bruxelles, non commentano la frenata del pil italiano, ma l’obiettivo dl governo e’ ottenere un significativo aumento del rapporto deficit-pil.
Il peggioramento del dato sulla crescita (ferma a zero a giugno) costringera’ il governo a vedere al rialzo il deficit 2017 che dall’1,8% ipotizzato potrebbe arrivare oltre il 2%. Pur restando sotto il 3% si restringerebbe dunque il margine di manovra del governo che proprio sulla possibilita’ di ritoccare il deficit aveva iniziato a fare i suoi calcoli per la prossima Legge di Bilancio. L’esecutivo punterebbe cosi’ ad ottenere nuovi margini di flessibilita’ dopo che gia’ per il 2016 aveva utilizzato la clausola sui migranti e quella sull’output gap. E si parla di una cifra intorno ai 10 miliardi da recuperare (circa la meta’ dell’intera manovra che viaggerebbe cosi’ sui 20 miliardi). Ma e’ piccola cifra considerato che solo per sminare la clausola di salvaguardia (che non ci sara’ piu’ con la riforma del bilancio) sull’Iva ci vorranno 15 miliardi circa.
Da Bruxelles prendono tempo e replicano alle voci di nuove richieste italiane con un laconico ‘no comment’ rinviando il giudizio ad ottobre quando la manovra arrivera’ sui tavoli europei nero su bianco. “Non commentiamo su nessun potenziale impatto o annunci riportati sul bilancio” – dice un portavoce della Commissione Ue – perche’ l’Italia come e’ il caso per tutti gli altri stati membri dell’eurozona, dovra’ presentare la sua bozza di bilancio” per il 2017 piu’ avanti, “a ottobre”. E da qui ad ottobre ci sara’ tempo per vedere gli spazi di manovra. Un primo contatto potrebbe essere gia’ nei prossimi giorni a Ventotene quando il premier, Matteo Renzi, potra’ sondare il terreno con la partner europea piu’ rigida sulle richieste di flessibilita’: Angela Merkel. Ma piu’ di ogni altra cosa in questo momento cio’ che potrebbe del tutto cambiare le carte in tavola e’ il risultato del referendum costituzionale che dovrebbe tenersi a fine ottobre o al piu’ tardi all’inizio di novembre. Cioe’ proprio mentre la manovra e’ incardinata in Parlamento.
E’ evidente che una sconfitta della riforma voluta dall’esecutivo ribalterebbe le carte in tavola. Anche perche’ la manovra, dalle prime voci circolate, potrebbe essere declinata in diversi step. Come nel caso del corposo pacchetto pensioni: l’intero ‘pacchetto’ varrebbe fino a 2,5 miliardi. Risorse che pero’ a questo punto appare difficile reperire subito visto il rallentamento dell’economia. Per questo e’ sempre piu’ probabile che le misure vengano realizzate in due tempi: una parte con la prossima manovra gia’ a ottobre, per assicurarne l’operativita’ gia’ da inizio 2017, e l’altra in primavera. Anche perche’ il nodo da sciogliere e’ ancora politico con i sindacati che, sul fronte flessibilita’ in uscita, guardano di traverso l’ipotesi del prestito per l’uscita anticipata e che, soprattutto, chiedono molte piu’ risorse degli 1,5 miliardi circolati in questi giorni. Tra le misure si conferma un intervento sull’Ires per le aziende, diverse ipotesi anche sull’Irap (con sgravi selettivi per favorire l’innovazione) mentre, allo stato, nessuno parla piu’ di un intervento sull’Irpef. Ma una nuova ‘rogna’ per l’esecutivo torna a far discutere: i rinnovi dei contratti della P.a. che da soli varrebbero circa 7 miliardi.