Un’apertura al dialogo, ma a condizioni precise e senza sconti sulla linea politica. Elly Schlein, in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Domani, traccia il perimetro del confronto con Palazzo Chigi dopo la telefonata intercorsa con la premier Giorgia Meloni. Se da un lato la segretaria dem conferma la disponibilità ad aggiornamenti costanti “per le vie brevi”, dall’altro lancia un monito severo sulla gestione della crisi in Medio Oriente e sulle riforme interne.
Il timore del Nazareno è che l’Italia scivoli in un conflitto senza una piena consapevolezza istituzionale. «Non vogliamo che accada quanto successo al ministro Crosetto: trovarsi in guerra senza accorgersene», ha dichiarato Schlein. La segretaria ha poi incalzato la premier sui rapporti con la Casa Bianca: «Se hanno un canale privilegiato con Trump, gli chiedano di fermarsi. La storia insegna che la democrazia non si esporta con le bombe». Secondo la leader del Pd, il superamento del diritto internazionale porterebbe solo alla “legge del più forte”, con conseguenze economiche definite “devastanti” per il Paese.
Sul fronte economico, Schlein sollecita il governo a passare dalle parole ai fatti riguardo alle accise mobili: «Abbiamo apprezzato l’apertura sulla nostra proposta, ma devono agire subito. Ci aspettavamo provvedimenti già nell’ultimo Consiglio dei ministri».
La segretaria ha poi accusato Meloni di una “forzatura procedurale” nel fissare il dibattito sul Consiglio Europeo con eccessivo anticipo, mossa interpretata come un tentativo di evitare il tema della guerra a ridosso del referendum. «Se vuole dialogare, deve posare la clava», ha aggiunto riferendosi agli attacchi subiti in Aula.
Il cuore della battaglia politica resta però lo scontro sulle riforme. Schlein ha ribadito il suo “no” convinto al referendum sulla giustizia e alla riforma del Premierato. «Non chiedo un voto contro il governo, ma contro una riforma che non migliora la giustizia e che concentra troppi poteri nelle mani di chi governa, a scapito del Parlamento e del Colle».
Infine, un attacco frontale sulla legge elettorale, depositata “in fretta e furia”: «Il premio di maggioranza previsto è talmente alto che chi vince potrebbe nominare da solo il Presidente della Repubblica. Non sono buone premesse per un dialogo». La sfida è lanciata: l’obiettivo dichiarato è battere Meloni alle prossime politiche con una coalizione progressista finalmente ricostruita.