Dubrovnik assediata, Juba affamata, Beirut distrutta da otto anni di orrore e di guerra. E ora Aleppo. Tutte città che “hanno rischiato di morire”, ma grazie alla tenacia di tante persone e alle operazioni diplomatiche, sopravvivono. Da qui parte il racconto di Staffan De Mistura, alle prese con la diplomazia nella città siriana, dopo la tregua di 48 ore accettata dalla Russia per consentire l’invio di aiuti umanitari. L’inviato speciale del Segretario generale ONU per la Siria è ormai ospite fisso al Meeting di Cl a Rimini dove oggi ha portato la sua testimonianza assieme al direttore del Museo del Bardo, Moncef Ben Moussa, il sindaco di Herat, Ghulam Ghous Nikbeen, e il sindaco di Firenze, Dario Nardella.
De Mistura ricorda l’esperienza in Sudan del Sud: “con Madre Teresa riuscimmo a rompere l’assedio a Juba con un aereo, nonostante ci fosse la contraerea” ancora schierata. “Ora ci sono gravi tensioni, ma da allora Juba non è mai stata più assediata”. Poi Dubrovnik “dove per 42 giorni ci siamo lavati con la birra perché non c’era altro negli alberghi che erano stati abbandonati: ci fu un bombardamento feroce e la città fumava dappertutto, ma dopo quattro giorni chi era rimasto tra quelli che sapevano ancora suonare uno strumento musicale ed era ancora vivo ha organizzato un concerto in mezzo alla piazza”. Quello era un messaggio rivolto a chi aveva bombardato ed era ancora appostato sulla montagna: “la nostra volontà di non cedere non la potrete mai bombardate”. Ora Aleppo è diventata il simbolo “dell’orrore di una interminabile guerra di cinque anni” e “delle contraddizioni stesse di questa guerra”, ma anche “simbolo di una città meravigliosa”. Ricorda l’inviato speciale dell’ONU: “Era una città particolarmente emblematica, lo è tuttora: moschee, chiese, tutte le religioni del medio Oriente dalle più antiche alle più recenti erano lì e coabitavano. Oggi chi parla sono bombe a barile, razzi, bombole di gas, bombe al cloro, razzi, cecchini, colpi di mortaio: questi sono i rumori che si sentono attualmente in città”. E gli occhi sono quelli di Omran, il bambino ripescato qualche giorno fa sotto le macerie, caricato su un’ambulanza e fotografato. Quella foto è diventata subito il simbolo della resistenza. “Quel bambino che col suo silenzio dignitoso ci diceva ‘non capisco, perché? cosa ho fatto di male? Io sono in questo quartiere per caso, mica è colpa mia’”. Anche per lui De Mistura ha alzato il tiro durante la riunione con 28 paesi coinvolti in questa guerra. In quella occasione “ho battuto i pugni sul tavolo”. “Omran è lì che ci ricorda i fatti e i fatti sono una tregua di 48 ore; o questa o è inutile che ci parliamo – ha spiegato -. La Russia quel pomeriggio ha risposto di sì, e ho detto: questa è ottima decisione. Ora la parola passa al governo e all’opposizione”. Ma l’auspicio è che possa durare ancora di più. Una pausa cosa fa in un conflitto del genere? “Vi posso garantire che le pause che ho visto in passato hanno potuto se non altro salvare tante vite, dare un momento di respiro a chi è in una spirale continua e a volte rompere la spirale per dare una possibilità a cominciare a negoziare. Qui non sta vincendo nessuno, chi sta morendo sono solo i siriani. Per questo è importante questa pausa”. Come i musicisti Dubrovnik, come il volo organizzato a Juba. Ora ad Aleppo ci si appella alla fede. “Alla fede in noi stessi. Ma abbiamo bisogno di sentire la fiducia degli altri, la sensazione che non siamo un caso impossibile, non siamo da abbandonare perché siamo un caso disperato – ha concluso De Mistura -. Aleppo merita simbolicamente di sentire ‘noi siamo con voi’. C’è un vecchio motto che ho sempre seguito che mi aiuta a supere i momenti inevitabili di prostrazione: ‘hai provato, hai provato duramente, ci hai provato a fare qualcosa, a fare la differenza e hai fallito? Bene, riprova di nuovo e fallisci meglio e fallisci ancora e riprova ancora e non mollare’. E’ quello che sento e di cui abbiamo bisogno”.