L’ex presidente americano Donald Trump torna a lanciare la sua offensiva protezionistica, questa volta puntando il dito contro l’industria cinematografica. In un post sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha rilanciato la minaccia di imporre dazi del 100% su tutti i film prodotti al di fuori degli Stati Uniti, accusando altri Paesi di aver “rubato” il settore del cinema americano.
La mossa, che ha scatenato un’immediata eco nel mondo dello spettacolo, non è una novità. Già lo scorso maggio Trump aveva avanzato la stessa proposta, salvo poi non darvi seguito. Questa volta, l’annuncio sembra legato a un nuovo attacco al governatore della California, Gavin Newsom, definito da Trump “debole e incompetente”.
La minaccia di Trump solleva interrogativi e incertezze in un settore sempre più globalizzato. Molte produzioni cinematografiche sono il risultato di complesse co-produzioni transnazionali, che coinvolgono migliaia di lavoratori in diverse parti del mondo. Lo sviluppo di programmi di crediti fiscali in Paesi come Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda ha attratto registi e troupe, rendendo le produzioni estere non solo più convenienti ma anche in alcuni casi necessarie per ragioni narrative o creative.
Non è solo una questione di costi, ma anche di visione artistica. Registi come Denis Villeneuve e Christopher Nolan preferiscono girare in esterni anziché in studio, e a volte questi esterni si trovano fuori dagli Stati Uniti.
Al di là delle motivazioni, restano i dubbi sull’applicabilità pratica di una simile misura. Non è chiaro, infatti, cosa significhi esattamente “fatto” o “realizzato” fuori dagli Stati Uniti. Se per i beni materiali l’applicazione dei dazi è chiara, per un prodotto culturale come un film la questione è più complessa. “Come fai a fermare un film in dogana?”, si era chiesto in passato il regista Wes Anderson, il cui ultimo film è stato girato in parte in Germania.
La minaccia di Trump, che in passato aveva evocato anche un “problema di sicurezza nazionale” per il rischio di messaggi di propaganda, sembra al momento l’ennesima mossa per scuotere il settore e creare un clima di incertezza. A differenza di maggio, però, Hollywood sembra aver scelto la via del silenzio, forse in attesa di capire se le parole di Trump si tradurranno in un’azione concreta o resteranno, ancora una volta, una minaccia.