Via libera finale alla separazione delle carriere in Senato. Il centrodestra punta a presentare l’istanza per sostenere il “Sì” ed evitare la politicizzazione. Meloni e La Russa prendono le distanze dal precedente Renzi: “Nessun legame con la fiducia al Governo”
La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati si appresta a ricevere il via libera finale in Senato in quarta lettura, ma l’attenzione del Palazzo è già interamente proiettata sulla successiva battaglia referendaria. È partita una vera e propria corsa contro il tempo tra maggioranza e opposizioni per chi chiederà per primo la consultazione popolare, un passaggio obbligato non avendo la legge raggiunto i due terzi dei voti in Parlamento.
Il centrodestra, in particolare Forza Italia, punta a giocarsi in contropiede: sarà la maggioranza stessa a chiedere il referendum per prima, in modo da poter sostenere apertamente il “Sì” e togliere l’iniziativa alle opposizioni. L’obiettivo è duplice: incanalare la campagna sul merito della riforma e tentare di smorzare la politicizzazione del voto.
Tuttavia, all’interno della coalizione emergono cautele. Il timore è quello di ripetere l’errore commesso da Matteo Renzi nel 2016, quando la sconfitta al referendum costituzionale portò alle sue dimissioni. Giovanni Donzelli (FdI) ha chiarito la posizione del partito della premier: “Prima si fa meglio è. Ma noi siamo diversi da Renzi: Meloni non si dimetterà in caso di sconfitta”. Sulla stessa linea, il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha ribadito la necessità di tenere la consultazione separata dal giudizio sull’Esecutivo: “Il referendum sarà sulla materia del referendum, non è un referendum né sul Governo né sulla magistratura”.
In vista dell’approvazione definitiva, l’Aula del Senato è stata teatro di accese schermaglie. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha liquidato gli interventi critici della minoranza come una “litania petulante”.
La riforma è stata duramente attaccata da PD, M5S e AVS, che la bollano come “una torsione istituzionale per indebolire la democrazia” e una “vendetta contro le toghe”. Particolarmente acceso lo scontro tra il capogruppo PD Francesco Boccia e l’ex Presidente del Senato, Marcello Pera (FdI). Pera ha accusato l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) di trasformarsi in “soggetto politico” e ha invitato il PD a discutere la riforma senza appellarsi a “antifascismo” o “difesa della democrazia”. Boccia ha risposto per le rime: “Il PD difende la Costituzione nel solco dei partiti della Resistenza, non delle nostalgie”.
Il Guardasigilli Nordio ha anche avuto un battibecco indiretto con La Russa, che aveva definito la modifica “non valere la candela”. Nordio, incalzato dai cronisti, ha ironizzato: la riforma “valeva un candelabro”.
Anche le opposizioni si stanno mobilitando per la raccolta firme. La capogruppo PD Chiara Braga e il capogruppo M5S Francesco Ricciardi hanno annunciato che si impegneranno per l’attivazione del referendum, unendosi per “fermare questo stravolgimento della Costituzione” e chiedere una “grande mobilitazione del Paese”.
Intanto, anche l’ANM scende in campo contro la riforma, pur mantenendo una posizione di cautela politica. Il presidente Cesare Parodi ha annunciato la conferenza stampa per lanciare i comitati per il “No”, specificando che a tali comitati “non possono aderire né partiti né sindacati né chi ne ha fatto parte”, accogliendo di fatto l’indicazione di Nordio di evitare etichette politiche.
I prossimi nodi da sciogliere riguardano la tempistica tra richiesta e voto e l’eventuale accorpamento del referendum alle elezioni Comunali.