RACCONTA RETROSCENA INCONTRO CON I PROFUGHI ISLAMICI
‘La parola rohingya l’avevo gia’ pronunciata a Roma, nel viaggio mi interessava che passasse il messaggio’, ed ‘e’ passato’, e io ‘non ho negoziato la verita”. Lo ha detto il Papa tornando da Dacca, fornendo una serie di dettagli sia sui retroscena che sui suoi sentimenti nell’incontro con i rohingya e con il capo dell’esercito del Myanmar. Lo scambio di domande e risposte tra i giornalisti e il pontefice in aereo e’ durato una cinquantina di minuti, e alla fine il Papa ha ringraziato per le domande, contento di aver potuto parlare del viaggio appena concluso, ed ha asserito di ‘avere imparato’ dalle domande dei giornalisti.
La crisi dei profughi Rohingya è stata al centro del viaggio del Papa in Bangladesh e Myanmar e anche in aereo, nel volo di ritorno a Roma, parlando con i giornalisti Bergoglio ha sottolineato: “Con i generali non ho negoziato la verità. In Myanmar ho rispettato i miei interlocutori, ma il messaggio è arrivato, tutti hanno recepito”. Bergolio Venerdì in Bangladesh ha nominato i Rohingya ma non in Myanmar. E spiega: “Non era la prima volta che nominavo la parola Rohingya. L’ho fatto varie volte, in pubblico, in piazza san Pietro. Già si sapeva quello che penso e quello che ho detto. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Per questo bisogna cercare di dire le cose passo dopo passo, e ascoltare le risposte. A me interessava che questo messaggio arrivasse. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Ma ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di far parlare l’altro, di dire la mia. Fino all’incontro e alle parole di venerdì. È importante la preoccupazione che il messaggio arrivi: certe denunce, nei media, qualche volta dette con aggressività, chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva”.
Il Papa ha raccontato anche del suo incontro con i profughi: “Non era programmato così, sapevo che avrei incontrato i Rohingya, non sapevo dove e come, ma questa era una condizione del viaggio. Dopo tanti contatti col governo e con la Caritas, il governo ha permesso ai Rohingya di viaggiare, è lui che li protegge e dà loro ospitalità, e quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un paese piccolo povero che ha ricevuto 700mila persone. Penso ai Paesi che chiudono le porte! Dobbiamo essere grati per l’esempio che ci hanno dato”. Ma “alla fine sono venuti, spaventati. Qualcuno ha detto loro che non potevano dirmi nulla. L’incontro interreligioso ha preparato il cuore di tutti noi, ed è arrivato il momento che venissero per salutare, in fila indiana, quello non mi è piaciuto. Ma poi subito volevano cacciarli via dalla scena e io lì mi sono arrabbiato e ho sgridato un po’: sono peccatore! Ho detto tante volte la parola: rispetto! E loro sono rimasti lì. Poi dopo averli ascoltati uno ad uno ho cominciato a sentire qualcosa dentro, non potevo lasciarli andare senza dire una parola”. “E – ha ricordato il Papa – ho cominciato a parlare, ho chiesto perdono. In quel momento io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure. Il messaggio è arrivato, non solo qui. Tutti hanno recepito”.