“Si chiude un ciclo. Ho preso un Pd che aveva il 25% e lo abbiamo portato al 40,8” alle Europee. Lo ha detto il segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, nel corso del suo intervento alla direzione Pd. “Le elezioni non sono la gara di rivincita rispetto al referendum. Quella era una finale secca e l’abbiamo persa”. “Il congresso non si fa per decidere la data del voto. Prima o poi le elezioni politiche ci saranno”. Cosi’ Matteo Renzi. “Facciamoci trovare pronti”, afferma l’ex premier. “A chi immagina ‘Vattene te o vattene io’ dico ‘Venite, confrontiamoci, discutiamo, vediamo chi ha piu’ popolo con se””, ha proseguito Renzi.
“Facciamo il congresso e vinca chi ha le idee migliori e il giorno dopo chi perde dia una mano a chi ha vinto, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi ha vinto le primarie come è avvenuto negli ultimi anni, come è avvenuto a Roma quando qualcuno telefonava per gli assessori della giunta Raggi”. “Facciamo il Congresso perchè io non sarò mai il custode del caminetto, il garante di un patto tra correnti. Io per carattere scelgo sempre il mare aperto e non la palude degli equilibri interni: se volete quello prendetene un altro”, ha detto Renzi. “Il voto delle elezioni politiche e le elezioni sono due concetti divisi. Io non sono più il presidente del Consiglio, non sono il ministro dell’Interno né il Capo dello Stato. Io tema di quando si vota non lo decido io”. “Il congresso non c’entra con le elezioni. Da qui a un anno a meno di dichiarare guerra a S.Marino si andrà a votare. Facciamoci trovare pronti”.
“Non possiamo prendere in giro la nostra gente, prendete in giro me ma non la nostra gente”, ha detto Matteo Renzi alla direzione del Pd. Dopo il referendum, ha detto, “siamo partiti dicendo congresso. Mi hanno detto: non chiedere una conta interna. Allora ho detto facciamo una fase di ascolto. Mi hanno detto, che fai i bus? Allora facciamo un luogo di contedibilità, facciamo le primarie e no perchè non c’è nello statuto. Allora si fa il congresso e ho avuto la strana sensazione di tornare al punto di partenza”.
Poi, sulle tasse: “La realtà sulle tasse vede che in questi tre anni noi abbiamo ridotto la pressione fiscale e penso che sia un fatto positivo. Non possiamo spremere ulteriormente i cittadini. Possiamo fare la webtax in Europa? Bene, si faccia” ma “la riduzione delle tasse sta riportando l’Italia ai livelli di crescita degli altri Paesi europei”.
“Io sono preoccupato. Noi oggi non possiamo accontentarci di artifici retorici, diverse opinioni, frizzi e lazzi… Dobbiamo prendere delle decisioni, per noi ma prima di tutto per l’Italia. Perche’ noi stiamo governando questo Paese”, esordisce Pier Luigi Bersani parlando alla direzione del Pd. “A prescindere da quello che abbiamo pensato di quello che e’ avvenuto in questi tre anni, noi oggi, in questo tornante, dobbiamo trovare qualcosa che ci tenga assieme. Qualcosa che ci faccia dire la pensiamo tutti o quasi tutti cosi'”, aggiunge.
Avanti al congresso, “così nessuno avrà più alibi”, dicono gli uomini vicini al segretario. Matteo Renzi non concede quasi nulla alla minoranza e a quanti, come Dario Franceschini e Andrea Orlando, gli suggerivano di non correre. Nonostante il ministro della Giustizia metta agli atti una posizione che non coincide affatto con quella del segretario, Renzi conferma di volere aprire il congresso e fa convocare per il fine settimana l’assemblea che dovrà formalmente dare il via alla corsa per la segreteria. Rispetto alle ipotesi circolate nei giorni scorsi ci sono solo due vere novità: innanzitutto, di dimissioni Renzioggi non ha parlato, ma da statuto dovrà farlo in assemblea se vuole davvero avviare il congresso. Secondo, l’opzione delle elezioni anticipate è uscita dall’agenda del segretario, almeno formalmente, anche se Renzi non ha voluto impegnarsi a sostenere il governo fino al 2018 come chiedeva la minoranza. Per la sinistra Pd, a questo, punto, l’ipotesi di mollare diventa concreta, qualche bersaniano non esclude che già nei prossimi giorni si possa arrivare a trarre le conclusioni. Si vedrà nelle prossime ore, i bersaniani si riuniranno prima dell’assemblea per fare il punto. “Vediamo – dice uno di loro – ma non è che dobbiamo sempre rincorrere. A un certo punto potremmo anche prendere atto che lui sta facendo di tutto per farsi il ‘Partito di Renzi‘, e noi siamo iscritti al Pd, non al partito di Renzi“. Renzi, spiegano d’altro canto i parlamentari a lui vicini, è ormai convinto che la minoranza non accetterà mai di stare in un partito guidato ancora da lui. Per il segretario è evidente che D’Alema e gli stessi bersaniani resteranno nel Pd solo se riusciranno a riprendersi ‘la ditta’ e, a questo punto, l’unica cosa da fare è limitare i danni, cercare di rendere evidente che c’è chi ha scelto la scissione a prescindere, anche a costo di farla per “il calendario”, come ha ironizzato durante la relazione. Soprattutto, spiegano, il leader Pd ha messo in fila i segnali arrivati nelle ultime settimane: il continuo rilancio della minoranza, i distinguo sempre più netti di Orlando, l’attivismo di Franceschini. Tutte tessere di un puzzle sempre più chiaro, che descrive un Pd che potrebbe non avere piùRenzi come leader. “Se si andasse al congresso in autunno, a scadenza naturale – ragiona un esponente che pure finora ha sostenuto Renzi – la candidatura di Orlando diventerebbe competitiva, anche Franceschini potrebbe sostenerlo e tutta la minoranza potrebbe convergere sul ministro della Giustizia. Renzipotrebbe perderlo un congresso così. Altra cosa è votare tra due mesi…”. Anche per questo, il segretario ha reagito con poco garbo, nella replica, commentando la proposta della conferenza programmatica lanciata proprio da Orlando: “Caro Andrea, questa cosa era valida quattro puntate fa…”. Ovvero, se ne poteva parlare quando ancora la minoranza non aveva fatto capire di essere pronta ad andarsene e quando la stessa maggioranza renziana non aveva dato segnali inequivocabili di pensare al dopo-Renzi. Certo, lo strappo con Orlando non è cosa da poco. Il ministro della Giustizia è stato uno dei pilastri della maggioranza che ha retto il segretario e certo non ha gradito le parole di Renzi. “C’è modo e modo anche di dire no”, commenta un giovane turco. Si vedrà nei prossimi giorni se una candidatura Orlando sarà possibile anche con un congresso a fine aprile-inizio maggio. “Andrea – ragiona un ex Ds – potrebbe anche scendere in campo lo stesso. Ma tutti gli altri candidati anti-Renzidovrebbero ritirarsi e sostenerlo. Emiliano potrebbe farlo, Rossi anche. Speranza vediamo. E poi servirebbe anche il sostegno di qualche ex Margherita, come Franceschini. Che però difficilmente mollerà Renzi ora”. Se tutti scegliessero di sostenere Orlando, anche la scissione si allontanerebbe. E il ministro della Giustizia potrebbe diventare, anche perdendo, il vero interlocutore con cui Renzidovrebbe fare i conti. “Anche perdendo con magari il 30%-35% – dice sempre l’ex Ds – sarebbe di fatto l’altro punto di riferimento del Pd, oltre al segretario”. Di sicuro, Renzi non intende agevolare quello che considera un piano per spingerlo via dal Pd, vediamo chi ha più voti tra i nostri elettori, avrebbe ripetuto ai suoi. Congresso rapido, reggenza a Matteo Orfini (anche se questa ipotesi non piace a molti) e per le elezioni si vedrà, anche se sfumata l’ipotesi di votare a giugno sarà davvero difficile andare al voto in autunno.