Restare alla guida del Pd e ripartire dal 40% ottenuto al referendum. Sarebbe questo l’orientamento di Matteo Renzi, che mercoledì alle 15 si presenterà alla direzione del partito per discutere dell’esito della consultazione di ieri. Renzi, secondo quanto si apprende, a caldo avrebbe anche ipotizzato la possibilità di lasciare la guida del Pd ma complice il “pressing” di molti dei suoi sarebbe deciso ad andare avanti. Anche a questo è servito il rinvio della Direzione, inizialmente convocata per domani, poi fatta slittare a mercoledì: “Una notte in più per far sbollire…”, spiega una fonte Pd.
“Matteo non lascerà la guida del partito”, spiega un deputato a lui molto vicino, che invita a guardare “il bicchiere mezzo pieno”, cioè il 40% dei consensi ottenuti contro una coalizione, quella del No, politicamente disomogenea. E’ quello che, via Twitter, invita a fare anche il braccio destro di Renzi, Luca Lotti. “Tutto – ha scritto – è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri”. Anche il capogruppo Ettore Rosato smentisce l’ipotesi di dimissioni e invita Renzi ad andare avanti. “Il Pd vuole che Renzi continui a fare il suo lavoro. Tredici milioni di votanti vogliono che continui a fare suo lavoro. Abbiamo un segretario che sta facendo il suo lavoro, ieri ha dato un messaggio chiaro se voleva dire altro lo diceva”. Dunque mercoledì Renzi potrebbe presentarsi in direzione senza dimettersi o mettendo a disposizione il suo mandato di segretario, ottenendo una conferma. Da lì partirebbe poi la “resa dei conti” interna. Contando anche sulla rete dei comitati per il Sì al referendum, che non sarà smantellata ma che dovrà costituire l’ossatura del “nuovo” Pd renziano. Anche la minoranza interna non sembra intenzionata a chiedere il passo indietro di Renzi. Roberto Speranza ricorda di non aver mai chiesto le dimissioni né da premier né da segretario. E pure Massimo D’Alema non vuole affrettare i tempi: “Se lui si dimettesse – ha detto – dovremmo fare un congresso ora, in un clima piuttosto avvelenato”. Dunque niente accelerate, ma le armi intanto vengono affilate: “Come aveva solennemente promesso la Carta dei valori del Pd – ha scritto su Facebook Pierluigi Bersani – nessun governo adesso oserà più impugnare la Costituzione per affermarsi, dividendo il paese. Nel risultato di ieri c’è qualcosa in più. Avevamo visto per tempo che nel paese si muoveva un’onda di disaffezione e di distacco. Non abbiamo accettato di consegnare tutto questo alla destra. Adesso ci impegniamo per la stabilità e per una netta e visibile correzione delle politiche”.
Dimissioni. Come aveva annunciato ieri sera, con un filo di commozione. Matteo Renzi ha spiegato al capo dello Stato Sergio Mattarella che, dopo la vittoria del no al referendum, l’esperienza del suo governo è arrivata al capolinea. Prima, un Cdm lampo con tanto di brindisi con i ministri: “Grazie a tutti voi per la collaborazione e per lo spirito di squadra mostrato in questi mille giorni”. Fin qui, i titoli di coda sul ‘Renzi I’ sono filati come da programma. Ma al finale si è arrivati dopo una giornata carica di tensioni e di incertezze che non ha risparmiato il colpo di scena finale: “Il Presidente della Repubblica, considerata la necessità di completare l’iter parlamentare di approvazione della legge di bilancio onde scongiurare i rischi di esercizio provvisorio, ha chiesto al presidente del Consiglio di soprassedere alle dimissioni per presentarle al compimento di tale adempimento”, recita la nota del Quirinale che ha spiegato i termini dell’incontro tra Mattarella e Renzi. Il premier ne aveva accennato anche ai ministri nel Cdm, le dimissioni ci sono. Ma per farle diventare operative si attende il via libera alla manovra. E’ stato questo il compromesso cui, faticosamente, si è lavorato per tutto il giorno in una triangolazione Quirinale-palazzo Chigi. La manovra resterà intonsa, a differenza di quello che era stato previsto in origine, per consentire un sì del Senato veloce, anche in settimana. Per Renzi, il massimo sarebbe entro mercoledì pomeriggio, entro la Direzione Pd. Ma si potrebbe arrivare a venerdì. Sul piatto, per le opposizioni, le dimissioni del premier tanto invocate in queste ore.
Il punto è che per tutto il giorno Renzi ha ribadito la sua determinazione a dire addio immediatamente al governo, e sulla scia dell’amarezza, anche al Pd. “Io non sono come tutti gli altri politici, ho sempre detto che in caso di sconfitta avrei mollato”, si sono sentiti ripetere tutti i suoi interlocutori. In questo quadro si è svolto stamattina un primo incontro tra Renzi e Mattarella, con il premier fermo sulla sua intenzione di fare bandiera della sua coerenza. A quel punto si è attivata tutta la diplomazia del Quirinale, formalizzata in una nota in cui Mattarella parlava di “impegni e scadenze da rispettare”. Ore di trattative serrate, sciolte solo in serata con la formula del capo dello Stato che chiede al premier di evitare il rischio di “esercizio provvisorio”. Se la tabella verrà rispettata, presto Renzi avrà il suo successore da accogliere a palazzo Chigi “con il sorriso sulle labbra”, come ha detto lui stesso nella notte. Ad oggi, il candidato con il pedigree più adatto resta Pier Carlo Padoan, come l’orizzonte: legge elettorale e poi elezioni. “Anche a febbraio-marzo, se possibile”, per usare le parole dei Big renziani. Ma parallela alla partita di governo si è giocata intanto anche quella nel Pd. A turno, diversi ministri e dirigenti del partito hanno chiesto a Renzi di ripensare la sua intenzione di lasciare, ribadita anche stamattina.