Il Parlamento ha messo la parola fine (per ora) alla vicenda Osama Almasri. La Camera dei Deputati ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, indagati per la controversa gestione del generale libico prima arrestato e poi rilasciato e rimpatriato dalle autorità italiane. Al voto, che si è svolto a scrutinio segreto, ha partecipato anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Numeri Oltre la Maggioranza
La decisione è passata con un margine significativo che ha superato i voti della sola maggioranza. I “no” all’autorizzazione a procedere sono stati 251 per Nordio e Mantovano e 256 per Piantedosi, a fronte di una maggioranza che poteva contare su un massimo di 242 deputati (e 234 presenti al momento del voto).
È evidente, come confermato dai tabulati e dalle dichiarazioni di voto, che all’esito hanno contribuito anche esponenti dell’opposizione. In particolare, i voti in più per Piantedosi sembrano provenire da Italia Viva, Azione e le minoranze linguistiche, che avevano pubblicamente annunciato il proprio sostegno. Simile sostegno, sebbene non dichiarato, appare probabile anche per Nordio e Mantovano, salvati da 17 voti oltre quelli del centrodestra.
La linea difensiva, esposta in Aula dal relatore di maggioranza Pietro Pittalis (Forza Italia), ha fatto leva sulla ragion di Stato. Pittalis ha sostenuto che l’azione del Governo fosse giustificata da un “preminente interesse pubblico” e dalla necessità di proteggere la sicurezza nazionale.
“La vicenda del rimpatrio di Almasri va letta nel contesto di una situazione di estrema tensione in Libia. I Servizi di intelligence avevano segnalato rischi concreti di ritorsioni e minacce per il personale e i cittadini italiani,” ha spiegato Pittalis. La decisione di rimpatriare Almasri è stata dunque presentata come una “scelta di responsabilità e di prudenza istituzionale.” Il relatore ha anche escluso che l’informativa fornita ai ministri alla Camera fosse mendace, sostenendo che il dovere di fornire informazioni veritiere debba essere “compatibile con la tutela di dati sensibili e di intelligence.”
Soddisfatto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha commentato con sarcasmo la richiesta di processo: “Il Tribunale dei ministri ha fatto strazio delle norme più elementari del diritto.” Nordio ha inoltre espresso l’augurio che si chiuda “al più presto” anche il capitolo che riguarda la sua Capa di Gabinetto, Giusy Bartolozzi, indagata dalla Procura di Roma.
La decisione ha scatenato la dura reazione dell’opposizione di sinistra. Nicola Fratoianni (Avs) ha accusato i ministri di aver “ammesso di aver mentito di fronte al Parlamento,” aggiungendo che “in un Paese normale si sarebbero dovuti dimettere un secondo dopo.”
Di diverso avviso Enrico Costa (Forza Italia), che ha difeso il ruolo della Camera, sostenendo che l’opposizione abbia tentato una “scorciatoia giudiziaria” cercando di “delegare alla magistratura un controllo che è invece tipico e proprio del Parlamento.” Con il voto, ha concluso Costa, è stato “difeso il ruolo del Parlamento, tutelata la funzione di governo e non strumentalizzata la magistratura.”