In un discorso destinato a lasciare il segno nel dibattito sul futuro dell’integrazione europea, Mario Draghi ha scosso oggi le istituzioni dell’Unione dall’Università di Lovanio, in Belgio. Ricevendo la laurea honoris causa, l’ex Presidente della BCE e del Consiglio ha tracciato una rotta netta: per non soccombere nella morsa tra Stati Uniti e Cina, l’Europa deve compiere il salto definitivo verso il federalismo.
Con la consueta lucidità analitica, Mario Draghi ha dichiarato “defunto” l’ordine internazionale basato sulle regole e sul multilateralismo a guida USA che ha retto il mondo dal 1945. La minaccia oggi non è il crollo di quel sistema, ma “ciò che lo sostituisce”: un futuro in cui l’Europa rischia di ritrovarsi, contemporaneamente, subordinata, divisa e deindustrializzata.
Il cuore dell’appello di Draghi risiede nel superamento del modello attuale, che definisce ancora troppo legato a una logica confederale:
- Dove siamo forti: Commercio, concorrenza, mercato unico e politica monetaria. Qui l’Europa agisce come soggetto federato ed è “rispettata come potenza”.
- Dove siamo deboli: Difesa, politica estera e questioni fiscali. In questi settori l’UE rimane un “insieme informale di Stati di medie dimensioni”, vulnerabili ai veti incrociati e alla frammentazione.
“Raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Un gruppo di Stati che si coordina rimane un gruppo di Stati, ciascuno vulnerabile all’essere eliminato uno per uno.” Consapevole delle resistenze nazionali, Draghi ha proposto un approccio basato sul “federalismo pragmatico”. L’unità, secondo l’ex premier, non deve necessariamente precedere l’azione: al contrario, è prendendo insieme decisioni cruciali che si forgia la solidarietà necessaria.
L’invito ai “lungimiranti”: non occorre che tutti i 27 Paesi aderiscano fin da subito ad ogni iniziativa (difesa, energia o tecnologia). Chi è pronto deve poter avanzare, lasciando la porta aperta agli altri ma non a chi “minerebbe lo scopo comune”.
Le parole di Draghi arrivano in un momento di forte attivismo del governo italiano. La premier Giorgia Meloni, pur avendo espresso in passato sintonia con Draghi sulla diagnosi dell’irrilevanza geopolitica europea, mantiene una visione più legata alla “Confederazione di Stati sovrani”.
Fonti di Palazzo Chigi sottolineano come la proposta di Draghi di una “federazione” sia vista con cautela dalla maggioranza, che teme un’eccessiva cessione di sovranità nazionale, specialmente in materia fiscale e di difesa, pur condividendo l’esigenza di una maggiore competitività economica nei confronti di Washington e Pechino.